Timeo (dialogo- Platone)


SOCRATE

Uno, due, tre: e dov’è, caro Timeo, il quarto [1] di quelli che ieri invitai a pranzo e che oggi mi invitano?

TIMEO

Si è ammalato, Socrate: certamente non si sarebbe assentato di sua volontà da questo incontro.

SOCRATE

è dunque compito tuo e di costoro svolgere anche la parte che spettava all’assente?

TIMEO

Certamente, e per quanto ci è possibile nulla tralasceremo: non sarebbe giusto, infatti, che dopo che siamo stati accolti da te nei modi che si convengono agli ospiti, noi che siamo rimasti, non avessimo la volontà di ricambiare la tua ospitalità.

SOCRATE

Dunque vi ricordate di quanti argomenti e su quali questioni vi ho invitato a parlare?

TIMEO

Alcuni li ricordiamo, mentre per quel che non ricordiamo, tu che sei qui lo richiamerai alla memoria: anzi, se per te non è una seccatura, riprendi nuovamente in breve dal principio queste cose, perché si consolidino maggiormente in noi.

SOCRATE

Sarà così. Il punto principale dei miei discorsi di ieri sullo Stato riguardava il come dev’essere e da quali uomini dev’essere costituito per sembrarmi il migliore.

TIMEO

E ci è senz’altro sembrato, Socrate, che tu ne parlassi con intelligenza.

SOCRATE

E innanzitutto non separammo in esso la classe dei contadini e tutti gli altri mestieri da quella dei difensori dello Stato?

TIMEO

Sì.

SOCRATE

E assegnando secondo natura ciò che più si addice a ciascuna classe, vale a dire un’unica mansione e un’unica arte per ciascuna, dicemmo che costoro che dovevano combattere per tutti dovevano essere soltanto guardiani della città, sia che qualcuno venisse a saccheggiarla da fuori o anche dall’interno, giudicando da un lato con benevolenza i loro sottoposti ed amici naturali, ma diventando ostili nelle battaglie con i nemici che incontrassero.

TIMEO

Certamente.

SOCRATE

Dicevamo, io credo, che l’anima dei guardiani doveva essere per natura particolarmente veemente e saggia ad un tempo, perché potessero a buon diritto diventare nei confronti degli uni e degli altri rispettivamente benevoli ed ostili.

TIMEO

Sì.

SOCRATE

E l’educazione? Non dovevano essere allevati nella ginnastica e nella musica e in tutte le discipline che si addicessero loro?

TIMEO

Certamente.

SOCRATE

Si disse che quelli che venivano allevati in questo modo non dovessero ritenere né l’oro, né l’argento, né alcun altro bene come loro proprio, ma in qualità di difensori dello stato ricevessero da quelli che erano da loro difesi un compenso per la loro custodia commisurato alle esigenze di persone moderate, e lo spendessero in comune, e vivessero gli uni con gli altri, avendo soprattutto cura del valore e non occupandosi delle altre questioni.

TIMEO

Anche queste cose si dissero in questi termini.

SOCRATE

E facemmo menzione anche delle donne, sostenendo che le loro nature dovessero armonizzarsi a quelle degli uomini fino a diventare loro somiglianti, e a tutte loro si dovessero assegnare le stesse mansioni dei maschi riguardanti la guerra e il resto della vita.

TIMEO

Anche questo fu detto così.

SOCRATE

E riguardo alla procreazione dei figli? Ma questa cosa, per la novità delle cose dette, è facile da ricordare, e cioè che abbiamo stabilito che tutto fosse comune a tutti, matrimoni e figli, facendo in modo che nessuno fosse mai in grado di riconoscere il proprio figlio, e tutti pensassero di essere tutti consanguinei, sorelle e fratelli quanti sono generati nei limiti di una stessa età, padri e padri dei padri quelli già avanti negli anni e più vecchi, figli e figli dei figli i più giovani?

TIMEO

Sì, anche queste cose, come dici, sono facili da ricordare.

SOCRATE

Perché diventassero direttamente, nei limiti del possibile, migliori per carattere non ci ricordiamo di aver detto che i magistrati uomini e i magistrati donne dovessero, negli accoppiamenti dei matrimoni, tramare di nascosto con certi sorteggi, in modo che, dopo aver separato i malvagi dai buoni, gli uni e gli altri si unissero con le loro simili, e non provassero invidia per questa ragione, attribuendo la causa dell’unione alla sorte?

TIMEO

Ricordiamo.

SOCRATE

E non dicevamo che soltanto i figli dei buoni dovevano essere educati, mentre i figli dei cattivi si dovevano distribuire di nascosto in un’altra parte della città? Questi ultimi, tenuti costantemente sotto osservazione durante la loro crescita, si dovevano di nuovo ricondurre fra i buoni se fossero diventati degni, sostituendoli con quelli che presso di loro fossero diventati indegni.

TIMEO

è così.

SOCRATE

Abbiamo ormai passato in rassegna la discussione così come ieri si è svolta, per quanto si può riassumere per sommi capi, oppure avvertiamo l’esigenza di ricordare ancora qualcuna delle cose dette, caro Timeo, come se l’avessimo tralasciata?

TIMEO

Nient’affatto, ma proprio queste sono le cose che sono state dette, Socrate.

SOCRATE

Ed ora, a proposito di questo Stato che abbiamo appena passato in rassegna, ascoltate quali sono i miei sentimenti nei suoi confronti. Il mio sentimento assomiglia a quello di chi, avendo osservato da qualche parte degli stupendi animali, sia rappresentati da una pittura sia realmente viventi, ma in riposo, provi il desiderio di osservarli in movimento e di vederli gareggiare in una di quelle lotte che sembrano adatte ai loro corpi: un identico sentimento io provo verso la città che abbiamo appena descritto. Infatti ascolterei volentieri qualcuno che esponesse con un discorso come essa affronta contro le altre città quelle gare che ogni città deve affrontare, e come nobilmente entra in guerra, e come nel fare la guerra mostra di avere ciò che si addice alla sua cultura ed educazione, sia nei fatti con le sue imprese, sia nei discorsi con i negoziati verso le singole città. Ma a questo proposito, Crizia ed Ermocrate, sono perfettamente consapevole di non essere capace di elogiare come si deve tali uomini e tale città. Per quanto mi riguarda non mi stupisco affatto: ma nutro la stessa opinione sia dei poeti che vissero anticamente, sia di quelli che vi sono ora, non perché disprezzi la stirpe dei poeti, ma perché è chiaro a chiunque che la stirpe di chi imita imiterà più facilmente e più nobilmente ciò in cui è stato allevato, mentre ciò che è al di fuori della propria educazione, se è difficile imitarlo nei fatti, è ancor più difficile imitarlo bene a parole. Quanto alla classe dei sofisti, li ritengo assolutamente esperti per quanto riguarda molti discorsi ed altre belle cose, ma nutro il timore che, siccome vagano di città in città senza avere in alcun luogo una loro dimora, siano incapaci di comprendere ciò che fanno o dicono i filosofi e gli uomini politici, quando agiscono in guerra e in battaglia e che con questi e con quelli negoziano sia nei fatti che a parole. Rimangono dunque le persone come voi, che ad un tempo partecipano – per natura ed educazione – del carattere degli uni e degli altri. Questo nostro Timeo, che proviene da quella città governata da ottime leggi che è Locri in Italia, non essendo secondo a nessuno fra quelli che abitano in quella città per ricchezza e per stirpe, da un lato ha esercitato le cariche e le magistrature più importanti fra quelle che vi sono nella città, e dall’altro ha raggiunto, a mio avviso, la vetta più alta di tutta la filosofia. Quanto a Crizia, noi tutti che siamo qui sappiamo che non ignora nessuna delle cose che diciamo. Riguardo all’indole e alla educazione di Ermocrate, dobbiamo affidarci alla testimonianza di molti secondo cui esse si conformano in modo adeguato a tutte queste cose. Perciò anche ieri, riflettendo, quando mi avete domandato di esporre il mio pensiero intorno allo Stato, volentieri vi ho reso questo favore, sapendo che nessuno potrebbe svolgere meglio di voi, se solo lo voleste, il seguito del discorso – infatti, dopo aver disposto lo Stato verso una degna guerra, soltanto voi fra quelli che vivono in questo tempo potrete assegnarle tutto ciò che le conviene -. Dopo aver detto ciò che mi era stato assegnato, a mia volta vi ho assegnato quelle cose che adesso dico. Avendo riflettuto fra di voi, avete deciso di comune accordo di ricambiarmi in questo momento l’ospitalità dei discorsi, ed io sono qui assolutamente ben disposto verso di essi e il più preparato fra tutti ad accoglierli.

ERMOCRATE

E certamente, come disse il nostro Timeo, o Socrate, nulla tralasceremo del nostro impegno, e non vi sarà alcun pretesto per non far ciò: sicché anche ieri, subito fuori di qui, dopo che arrivammo da Crizia nelle stanze per gli ospiti, dove anche alloggiammo, e ancora prima lungo la strada, riflettevamo proprio intorno a tali questioni. Questi dunque ci narrò una storia proveniente da un’antica tradizione: anche adesso raccontala a Socrate, Crizia, perché possa valutare se sia adatta o meno al nostro compito.

CRIZIA

Bisogna fare così, se anche il terzo compagno Timeo è d’accordo.

TIMEO

Sì, sono d’accordo.

CRIZIA

Ascolta, Socrate, un discorso certamente singolare, ma tutto vero, come lo raccontò un giorno Solone, [2] il più saggio dei sette. Era dunque parente ed assai amico con Dropide, nostro bisnonno, come dice anche lui stesso in molti luoghi della sua poesia: disse a Crizia, nostro nonno, come il vecchio a sua volta ricordava a noi, che grandi e meravigliose erano state le imprese di questa città, oscurate dal tempo e dalla morte degli uomini, ma una era la più grande fra tutte, la quale, se noi adesso richiameremo alla memoria, potremo in modo conveniente contraccambiare la tua benevolenza e nello stesso tempo potremo giustamente e veramente celebrare la dea nella sua festa solenne [3] come se elevassimo inni.

SOCRATE

Dici bene. Ma qual è questa impresa che Crizia narrava non come un racconto, ma come un qualcosa che un tempo è avvenuto realmente per opera della nostra città, secondo la versione tramandata da Solone?

CRIZIA

Vi racconterò allora questa antica storia, così come l’ho ascoltata da un uomo non più giovane. Infatti allora Crizia, come disse, era ormai vicino ai novant’anni, mentre io avevo appena dieci anni: per noi era il giorno Cureotide delle Apaturie. [4] Quell’usanza della festa che ogni volta coinvolge i bambini anche allora venne rispettata: i nostri padri stabilirono di assegnarci dei premi di poesia. Vennero letti molti carmi di molti poeti, e siccome in quel tempo i carmi di Solone erano nuovi, molti di noi bambini li cantammo. Dunque un tale delle tribù, vuoi perché allora la pensasse in quel modo, vuoi anche per rendere un tributo di riconoscenza a Crizia, disse che Solone gli sembrava il più saggio non solo nelle altre cose, ma anche nella poesia il più nobile di tutti i poeti. A questo punto il vecchio – lo ricordo perfettamente – si rallegrò assai e sorridendo disse: “Se, Aminandro, non si fosse occupato occasionalmente della poesia, ma avesse profuso tutte le sue energie come fanno gli altri, e avesse terminato quella storia che portò sin qui dall’Egitto, e non fosse stato costretto a trascurarla per le rivolte e gli altri mali che trovò quando fece ritorno qui da noi, a mio avviso né Esiodo, né Omero, né nessun altro poeta sarebbe mai stato più onorato di lui”. “Qual era questa storia”, chiese Aminandro, “o Crizia?” “Essa riguarda”, rispose Crizia, “l’impresa più importante e senza dubbio più celebre fra tutte quelle che questa città compì, anche se a causa del tempo e per la morte di coloro che la compirono il racconto non giunse fino a noi”. “Racconta dal principio”, disse allora Aminandro, “che cosa diceva Solone, e come lo raccontava, e da quali persone lo aveva udito come veritiero”. “Vi è in Egitto”, prese a raccontare quello, “nel Delta, presso il cui vertice si divide il corso del Nilo un distretto denominato Saitico, e Sais è la città più importante di questo distretto – città da cui proveniva anche il re Amasi [5] -.

Per gli abitanti una dea fu la fondatrice della città, e il suo nome in Egiziano è Neith, [6] mentre in Greco, come dicono loro, Atena: sono molto amici degli Ateniesi e in un certo senso dicono di essere ancora parenti con loro. Solone disse che, giunto in quel luogo, venne accolto con grandi onori presso di loro, e che avendo una volta domandato sui fatti antichi i sacerdoti più preparati intorno a tali questioni, scoprì che né lui stesso, né nessun altro greco era per così dire al corrente di tali fatti. E allora volendo spingerli verso i discorsi riguardanti eventi antichi cominciò a partare di quei fatti che qui si pensa che siano i più antichi, e narrò di Foroneo [7] che si dice che sia il primo uomo, e di Niobe, e dopo il diluvio, di come Deucalione e Pirra [8] trascorsero la vita, e fece la genealogia dei loro discendenti, e ricordando i tempi cercò di calcolare in quali anni erano accaduti gli eventi di cui parlava. Allora uno dei sacerdoti assai vecchio disse: “Solone, Solone, voi Greci siete sempre bambini, e non esiste un Greco vecchio”. E Solone, dopo aver ascoltato, chiese: “Come? Che cos’è questa cosa che dici?” “Siete tutti giovani”, rispose il sacerdote, “nelle anime: infatti in esse non avete alcuna antica opinione che provenga da una primitiva tradizione e neppure alcun insegnamento che sia canuto per l’età. E questa è la ragione. Molte sono e in molti modi sono avvenute e avverranno le perdite degli uomini, le più grandi per mezzo del fuoco e dell’acqua, per moltissime altre ragioni altre minori. Quella storia che presso di voi si racconta, vale a dire che un giorno Fetonte, [9] figlio del Sole, dopo aver aggiogato il carro del padre, poiché non era capace di guidarlo lungo la strada del padre, incendiò tutto quel che c’era sulla terra, e lui stesso fu ucciso colpito da un fulmine, viene raccontata sotto forma di mito, ma in realtà si tratta della deviazione dei corpi celesti che girano intorno alla terra e che determina in lunghi intervalli di tempo la distruzione, mediante una grande quantità di fuoco, di tutto ciò che è sulla terra. Allora quanti abitano sui monti e in luoghi elevati e secchi muoiono più facilmente di quanti abitano presso i fiumi e il mare: e il Nilo, che ci è salvatore nelle altre cose, anche in quel caso ci salva da quella calamità mediante l’inondazione. Quando invece gli dèi, purificando la terra con l’acqua, la sommergono, i bifolchi e i pastori che sono sui monti si salvano, mentre coloro che abitano nelle vostre città vengono trasportati dai fiumi nel mare. In questa regione né in quel tempo né mai l’acqua scorre dalle alture ai campi arati, ma, al contrario, scaturisce per natura tutta dalla terra. Di qui e per queste ragioni si dice che siano state conservate le più antiche tradizioni, ma in realtà in tutti i luoghi in cui il freddo eccessivo o il calore soffocante non lo impedisca, sempre esiste, ora di più ora di meno, la stirpe degli uomini. E tutte quante le cose che sono accadute presso di voi o qui o in altro luogo di cui abbiamo sentito notizia, se ve ne sia qualcuna che sia onorevole, o grande, o che si sia distinta per qualche altra ragione, sono state scritte qui nei templi e vengono conservate: ma non appena presso di voi e presso altri popoli viene inventato l’uso della scrittura e di tutto ciò che serve per la città, ecco che di nuovo, nel solito spazio di anni, come una malattia giunge il terribile diluvio dal cielo, e di voi lascia coloro che sono inesperti di lettere e di arti, sicché diventate di nuovo dal principio come giovani, non sapendo nulla né di ciò che accadde qui, né di ciò che accadde presso di voi, e che avvenne in tempi antichi. Dunque queste vostre genealogie che hai ora esposto, Solone, sono poco diverse dalle favole dei bambini, perché in primo luogo voi ricordate un solo diluvio della terra, mentre in precedenza ve ne sono stati molti, e in secondo luogo non sapete che nella vostra regione, presso di voi, ha avuto origine la stirpe più onorevole e più nobile di uomini, dai quali provenite tu e tutta la città che adesso è vostra, essendo allora rimasto un piccolo seme; ma voi lo ignorate perché i superstiti per molte generazioni morirono muti per non conoscere le lettere. In quel tempo, Solone, prima dell’immane rovina causata dalle acque, la città degli Ateniesi era la migliore in guerra e, soprattutto, sotto ogni punto di vista, era governata da ottime leggi: ad essa si attribuiscono le imprese più belle e le costituzioni migliori fra quelle di cui noi abbiamo accolto la tradizione sotto il cielo”. Dopo aver ascoltato queste parole, Solone disse di meravigliarsi e di pregare con fervore i sacerdoti di esporgli con esattezza il seguito delle storie riguardanti i suoi antichi concittadini. Il sacerdote rispose: “Non vi è nessun problema, Solone, ma parlerò per te e per la vostra città, e soprattutto in onore alla dea che ebbe in sorte la vostra e questa città, e le allevò ed educò, per prima la vostra mille anni fa, ricevendo il vostro seme da Gea ed Efesto, [10] e in seguito questa città qui. Per quanto riguarda l’ordinamento di questa nostra città, nelle sacre scritture, vi è scritto il numero di ottomila anni. Quindi riguardo ai cittadini vissuti novemila anni fa ti mostrerò brevemente le leggi, e l’impresa più bella che essi compirono: un’altra volta con maggior precisione te le spiegherò tutte con maggior tranquillità, una dopo l’altra, ricavandole dagli scritti stessi. Presta dunque attenzione alle leggi mettendole in relazione a quelle di qui: infatti ora, in questo luogo, troverai molti esempi di quelle che allora erano presso di voi, in primo luogo la classe dei sacerdoti separata dalle altre, dopo di questa la classe degli artigiani, poiché ciascuna di per sé esercita il proprio mestiere senza mescolarsi ad un’altra, e ancora la classe dei pastori, dei cacciatori, dei contadini. E ti sei reso conto che la classe dei guerrieri è qui separata da tutte le classi: ad essi è stato ordinato dalla legge di non occuparsi di nient’altro se non delle questioni concernenti la guerra. E ancora, per quanto riguarda la forma della loro armatura, degli scudi e delle lance, con cui noi per primi fra i popoli dell’Asia ci siamo armati, fu la dea che ce la mostrò, come in quei luoghi a voi per primi. Quanto alla scienza, poi, puoi renderti conto di quanto impegno vi abbia profuso qui subito sin dal principio la legge riguardo a tutto l’ordinamento dell’universo fino all’arte divinatoria e medica volte alla salvaguardia della salute, ricavando da queste scienze divine quel che giova alle cose umane, e procurando tutte quelle altre discipline che seguono a queste. Allora la dea, dopo che fornì a voi per primi tutto questo ordinamento e disposizione vi diede una dimora, scegliendo il luogo in cui siete nati, tenendo conto del fatto che il clima mite delle stagioni che vi è in esso avrebbe fatto nascere uomini assai saggi: poiché la dea era amante della guerra e anche della scienza, dopo aver scelto quel luogo che potesse far nascere uomini il più possibile affini ad essa, in quel luogo dapprima li fece abitare. Dunque vivevate facendo uso di tali leggi, e ancor meglio eravate governati, superando tutti gli uomini in ogni virtù, com’era conveniente per la prole e gli allievi degli dèi. Molte e grandi, pertanto, sono le imprese della vostra città che noi ammiriamo e che sono scritte qui, ma fra tutte ve n’è una che le supera per grandezza e valore: dicono infatti le scritture quanto grande fu quella potenza che la vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l’Europa e l’Asia nel contempo, procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico.

Allora infatti quel mare era navigabile, e davanti a quell’imboccatura che, come dite, voi chiamate colonne d’Ercole, [11] aveva un’isola, e quest’isola era più grande della Libia [12] e dell’Asia messe insieme: partendo da quella era possibile raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate, e dalle isole a tutto il continente opposto che si trovava intorno a quel vero mare. Infatti tutto quanto è compreso nei limiti dell’imboccatura di cui ho parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata: quell’altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla continente. In quest’isola di Atlantide vi era una grande e meravigliosa dinastia regale che dominava tutta l’isola e molte altre isole e parti del continente: inoltre governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello stretto sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia. Tutta questa potenza, radunatasi insieme, tentò allora di colonizzare con un solo assalto la vostra regione, la nostra, e ogni luogo che si trovasse al di qua dell’imboccatura. Fu in quella occasione, Solone, che la potenza della vostra città si distinse nettamente per virtù e per forza dinanzi a tutti gli uomini: superando tutti per coraggio e per le arti che adoperavano in guerra, ora guidando le truppe dei Greci, ora rimanendo di necessità sola per l’abbandono da parte degli altri, sottoposta a rischi estremi, vinti gli invasori, innalzò il trofeo della vittoria, e impedì a coloro che non erano ancora schiavi di diventarlo, mentre liberò generosamente tutti gli altri, quanti siamo che abitiamo entro i confini delle colonne d’Ercole. Dopo che in seguito, però, avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme nella terra e allo stesso modo l’isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare: perciò anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo impedisce l’enorme deposito di fango che che vi è sul fondo formato dall’isola quan- do si adagiò sul fondale”. Queste parole che hai ascoltato, Socrate, riassunte per sommi capi, sono quelle pronunciate dal vecchio Crizia, secondo la versione dì Solone: mentre ieri tu parlavi dello Stato e degli uomini che delineavi, rimanevo meravigliato richiamando alla memoria proprio le cose che ora ho raccontato e osservando che per una incredibile coincidenza avevi in gran parte perfettamente aderito con quelle cose che disse Solone. Thttavia non volli parlare in quel momento perché a causa del tempo trascorso non me le ricordavo abbastanza. Pensai allora che, prima di parlare, sarebbe stato meglio riprendere con esattezza tutto quanto dentro di me. Per questo motivo accettai subito le cose che mi erano state ordinate di dire, pensando che avremmo convenientemente superato quella che è la più grande difficoltà in tutte le discussioni di questo genere, vale a dire l’esposizione di un racconto che si adatti agli scopi proposti. Così, come costui diceva, ieri, non appena uscii di qui, riportai a costoro le cose che mi ricordavo, poi, congedandomì e riflettendo con attenzione durante la notte, ho richiamato quasi tutto alla memoria. E proprio vero quel che si dice, e cioè che quanto si apprende da bambini si ricorda in modo mirabile. Infatti ciò che ho udito ieri, non so se sarei in grado di richiamarlo di nuovo tutto alla memoria: quanto invece a queste cose che ho ascoltato già da molto tempo, mi meraviglierei assai se qualcosa di esse mi fosse sfuggita. Io in quel tempo le ascoltavo con molto piacere e come un passatempo, e il vecchio volentieri mi insegnava mentre io lo interrogavo di frequente, sicché mi sono rimaste impresse come pitture indelebili a fuoco: a costoro subito dissi fin da questa mattina queste stesse cose, perché avessero abbondanza di discorsi insieme a me. Ora dunque, ed è la ragione per cui è stato detto tutto ciò, sono pronto a riferire, Socrate, non soltanto per sommi capi, ma ciascuna cosa proprio nel modo in cui l’ho ascoltata: quanto ai cittadini e alla città che tu ieri ci hai delineato come in una favola, ora trasferendoli nella realtà, li metteremo qui, come se quella città fosse proprio questa, e diremo che i cittadini che hai mentalmente rappresentato sono quei nostri reali progenitori di cui ha parlato il sacerdote. Saranno del tutto concordi e non diremo un assurdo affermando che essi sono proprio quelli che vissero allora. Dividendoci i compiti, cercheremo tutti quanti insieme di realizzare convenientemente, per quanto ci è possibile, quanto ci hai ordinato di fare. Bisogna dunque vedere, Socrate, se questo discorso corrisponde alle nostre intenzioni, oppure se al posto di questo si deve cercarne un altro.

SOCRATE

E, Crizia, quale altro migliore argomento si potrebbe prendere in cambio di questo, che per l’affinità si adatta perfettamente al presente sacrificio della dea, e che è di enorme importanza perché è un racconto che non è il prodotto della fantasia, ma una storia vera? Come e da dove piglieremo altri discorsi, se abbandoniamo questo? Non è possibile, ma confidando in una buona sorte bisogna che voi parliate, ed io standomene tranquillo per i discorsi di ieri, a mia volta vi ascolti.

CRIZIA

Presta attenzione, Socrate, all’ordine dei doni ospitali che abbiamo preparato per te, come l’abbiamo predisposto. Abbiamo deciso che Timeo, poiché fra noi è il più esperto di fenomeni celesti, e quello che ha speso più energie nello studio della natura dell’universo, cominci per primo a parlare sulla natura dell’universo e termini con la natura dell’uomo. Dopo di lui io, come se ricevessi da costui gli uomini generati dalla sua parola – di cui alcuni sono stati egregiamente educati da te -, li conduco secondo la storia e la legge di Solone dinanzi a noi come fossimo dei giudici, e li nomino cittadini di questa città come se fossero gli Ateniesi di allora che la tradizione delle sacre scritture ha riportato alla luce dall’oscurità; e per il resto farò ormai discorsi su di loro come se fossero cittadini e Ateniesi.

SOCRATE

In modo compiuto e con estrema chiarezza mi pare di ricevere in cambio il banchetto imbandito di discorsi. Dunque è compito tuo parlare, Timeo, ma non prima di aver invocato, secondo la consuetudine, gli dèi.

TIMEO

Ma, Socrate, tutti quanti, anche quelli che partecipano in piccola misura della saggezza fanno così, ovvero prima di intraprendere qualsiasi affare, piccolo o grande che sia, sempre invocano la divinità: e noi, che stiamo per fare dei ragionamenti intorno all’universo, vale a dire se è nato o se è privo della nascita, se non deliriamo completamente, dobbiamo di necessità invocare gli dèi e le dee, e pregarli di poter dire tutto assolutamente secondo il loro pensiero, ma anche in conformità con il nostro. E così si invochino gli dèi: dobbiamo d’altra parte invocare questa nostra fatica, perché più facilmente voi apprendiate, mentre io vi possa spiegare meglio quello che penso sulle questioni che si sono stabilite.

A mio avviso si devono innanzitutto distinguere queste cose: che cos’è ciò che sempre è e non ha nascita, e che cos’è ciò che sempre si genera, e che mai non è? L’uno si apprende con l’intelligenza e mediante il ragionamento, poiché è sempre allo stesso modo, l’altro si congettura con l’opinione mediante la sensazione irrazionale, poiché si genera e muore, e in realtà non è mai. Tutto ciò che è generato si genera necessariamente per una causa: infatti per ogni cosa è impossibile generarsi senza una causa.

Quando l’artefice, rivolgendo il suo sguardo verso ciò che è sempre allo stesso modo e servendosi di una tale entità come di un modello, realizza la forma e la proprietà di qualche cosa, è necessariamente bello tutto quello che in questo modo realizza.

Non è bello se invece ha prestato attenzione a ciò che è soggetto a generazione, servendosi appunto di un modello generato. Dunque, riguardo a tutto il cielo – o cosmo o come lo si preferisca chiamare, così noi possiamo chiamarlo – bisogna innanzitutto considerare di esso ciò che abbiamo stabilito di dover considerare in principio riguardo ad ogni cosa, vale a dire se è sempre, e non ha alcun principio di nascita, oppure si è generato traendo origine da un qualche principio. è nato: infatti si può vedere e toccare, è fornito di un corpo, e tali proprietà sono tutte cose sensibili, e ciò che è sensibile, che si coglie con l’opinione mediante la sensazione, è evidentemente soggetto a divenire e generato. D’altra parte ciò che è nato diciamo che necessariamente si è generato per una qualche causa. è tuttavia impossibile trovare il fattore e il padre dell’universo, e, una volta trovatolo, indicarlo a tutti. Proprio questo dobbiamo considerare di esso, vale a dire in base a quale dei due modelli l’artefice lo realizzò, se guardando a quello che è allo stesso modo e identico, oppure a quello generato. Se questo mondo è bello e l’artefice è buono è chiaro che guardò al modello eterno: altrimenti, ma non è neppure lecito dirlo, a quello generato. è chiaro ad ognuno che rivolse il suo sguardo al modello eterno, poiché è il più bello fra i mondi generati, e l’artefice, fra le cause, quella migliore. Generato in questo modo, il mondo è stato realizzato sulla base di quel modello che può essere appreso con la ragione e l’intelletto e che è sempre allo stesso modo: stando così le cose, vi è assoluta necessità che che questo mondo sia ad immagine di qualcosa. La cosa più importante in ogni questione è quella di cominciare dal principio naturale. Così allora si deve distinguere l’immagine dal suo modello, come se i discorsi fossero parenti di quelle cose di cui sono interpreti: i discorsi, dunque, intorno a ciò che è saldo e fisso ed evidente all’intelletto sono saldi e sicuri, e per quanto è possibile, conviene che siano inconfutabili e invincibii e nulla di ciò deve mancare. Quanto allora a quei discorsi che si riferiscono a ciò che raffigura quel modello, ed è a sua immagine, essi sono verosimili e in proporzione a quegli altri: perché come l’essenza sta alla generazione, così la verità sta alla fede. Se dunque, Socrate, poiché sono state dette molte cose cose riguardo a svariate questioni concernenti gli dèi e la generazione dell’universo, non siamo in grado di offrirti dei discorsi assolutamente e perfettamente congruenti fra loro ed esatti, non ti stupire: ma purché non ti offriamo discorsi meno verosimili di altri, bisogna contentarsi ricordando che io che parlo e voi che giudicate abbiamo natura umana, sicché intorno a tali questioni ci conviene accettare un mito verosimile, e non cercare più lontano.

SOCRATE

Perfetto, Timeo, e allora bisogna accettare assolutamente le cose come tu ci consigli di fare: intanto con grande piacere abbiamo accolto il tuo esordio, e ora continua e fa’ che noi ascoltiamo il canto.

TIMEO

Diciamo dunque per quale ragione l’artefice realizzò la generazione e quest’universo. Egli era buono, e in chi è buono non si genera mai alcuna invidia riguardo a nessuna cosa: essendone dunque esente, volle che tutto fosse generato, per quanto era possibile, simile a lui. Se si accettasse da uomini assennati questa ragione come quella più fondata della generazione e del cosmo, la si accetterebbe nel modo più corretto.

Volendo infatti il dio che tutte le cose fossero buone, e nessuna, per quanto possibile, cattiva, prendendo così quanto vi era di visibile e non stava in quiete, ma si muoveva sregolatamente e disordinatamente, dallo stato di disordine lo riportò all’ordine, avendo considerato che l’ordine fosse assolutamente migliore del disordine. Non era lecito e non è possibile all’essere ottimo fare altro se non ciò che è più bello: ragionando dunque trovò che dalle cose che sono naturalmente visibili non si sarebbe otuto trarre un tutto che non avesse intelligenza e che fosse più bello di un tutto provvisto di intelligenza, e che inoltre era impossibile che qualcosa avesse intelligenza ma fosse separato dall’anima. In virtù di questo ragionamento, ordinando insieme l’intelligenza nell’anima e l’anima nel corpo realizzò l’universo, in modo che l’opera da lui realizzata fosse la più bella e la migliore per natura. Così dunque, secondo un ragionamento verosimile dobbiamo dire che questo mondo è un essere vivente dotato di anima, di intelligenza, e in verità generato grazie alla provvidenza del dio. Stabilita questa cosa dobbiamo dire quel che segue, e cioè a somiglianza di quale animale, fra gli esseri viventi, l’artefice lo realizzò. Certamente non penseremo che sia stato fatto a somiglianza di nessuno di quelli che sono sotto forma di parte – poiché essendo simile a ciò che è incompiuto, non potrebbe mai essere bello -, ma noi stabiliamo che esso sia fra tutte le cose più simile a ciò di cui fanno parte gli altri esseri viventi, sia presi singolarmente sia nei loro generi. Infatti quello contiene in sé tutti gli animali dotati di intelligenza, come questo mondo riunisce noi e tutti gli altri esseri visibili. Volendo il dio che questo mondo rassomigliasse il più possibile al più bello e al più perfetto fra gli esseri intellegibili, realizzò un solo essere visibile che avesse al suo interno tutti quegli esseri che gli fossero per natura affini. Dunque abbiamo detto giustamente che il cielo è uno solo, oppure era più giusto affermare che sono molti e infiniti? Esso è uno solo, se è stato fabbricato secondo il modello. Infatti quello che contiene tutti quanti gli esseri intellegibili non potrebbe mai essere secondo dopo un altro: altrimenti, a sua volta, vi dovrebbe essere un altro essere che contenga quei due, di cui appunto quei due sarebbero parte, e dunque sarebbe più corretto dire che esso non rassomiglia a quelli ma a ciò che li contiene.

Perché allora questo mondo fosse simile, nella sua unicità, all’essere vivente perfetto, per questa ragione, l’artefice non fece né due né infiniti mondi, ma quest’unico cielo, unigenito e generato, che è e ancora sarà.

Ciò che è generato dev’essere corporeo, visibile e tangibile, ma nulla potrebbe mai essere visibile se è separato dal fuoco, né tangibile senza qualcosa di solido, e non può esserci solido senza terra.

Di qui, cominciando a realizzare il corpo dell’universo, lo fece di fuoco e di terra. Tuttavia non è possibile unire due soli elementi senza disporre di un terzo: dunque in mezzo vi dev’essere un legame che li unisca entrambi. Fra i legami il più bello è quello che faccia, per quanto è possibile, un’unica cosa di sé e dei termini legati insieme; ed è la proporzione che realizza ciò nel modo migliore.

Perché quando di tre numeri, o masse, o potenze che siano, il medio sta all’ultimo come il primo sta al medio, e d’altra parte il medio sta al primo come l’ultimo sta al medio, allora il medio, divenendo primo e ultimo, e l’ultimo e il primo divenendo medi, così accadrà che tutti diventino necessariamente la stessa cosa, e diventando la stessa cosa fra loro, saranno tutti un’unità. [13] Se dunque il corpo dell’universo doveva essere piano e senza alcuna profondità, un solo medio bastava ad unire gli elementi a lui congiunti e se stesso: ora invece, conveniva che esso avesse corpo solido, e i corpi solidi non li congiunge in armonia un solo medio, ma sempre insieme due medi. Così il dio, avendo posto acqua e aria in mezzo al fuoco e alla terra, e componendoli fra di loro, per quanto era possibile, secondo la stessa proporzione, in modo che come il fuoco stava all’aria, così l’aria stava all’acqua, e come l’aria stava all’acqua così l’acqua stava alla terra, unì insieme e compose il cielo visibile e tangibile. E in questo modo e mediante questi quattro elementi il corpo del mondo fu generato, secondo un’armonica proporzione, ed ebbe tale amicizia che riunito in se stesso non può essere sciolto da nient’altro se non da colui che lo legò insieme.

La composizione del mondo ha assunto in sé ciascuno di questi quattro elementi, presi nella loro totalità. L’artefice lo formò mediante tutto il fuoco, tutta l’acqua, e tutta l’aria e tutta la terra, senza lasciare fuori nessuna parte o proprietà di nessun elemento, e innanzitutto lo concepì perché l’essere vivente fosse, nella sua totalità il più possibile perfetto e composto di parti perfette, inoltre perché fosse uno, dal momento che non era stato lasciato nulla da cui si potesse generare un altro simile, ed infine affinché non fosse soggetto a vecchiaia e a malattia, tenendo conto che ad un corpo così formato il caldo e il freddo e tutti quanti gli agenti dotati di intense energie, circondandolo dall’esterno e assalendolo intempestivamente, lo dissolvono e lo fanno morire infliggendogli malattie e vecchiaia. Per questa ragione e in base a tale considerazione egli ha formato quest’unico tutto, costituito da tutti gli elementi, perfetto e immune da vecchiaia e malattia. Quindi gli assegnò una forma adatta e affine. All’essere vivente che doveva contenere in sé tutti i viventi conveniva una forma che contenesse in sé tutte quante le forme. Perciò lo arrotondò a forma di sfera, ugualmente distante in ogni punto dal centro alle sue estremità, in un’orbita circolare, che è fra tutte le forme la più perfetta e la più simile a se stessa, avendo pensato che il simile fosse di gran lunga più bello del dissimile.

Lisciò con cura tutt’intorno la sua superficie esterna per molte ragioni. Infatti non aveva nessun bisogno di occhi, dal momento che all’esterno non era rimasto nulla da vedere, né d’orecchi, poiché non vi era nulla da udire: e intorno non vi era aria che chiedesse di essere respirata, e neppure aveva bisogno di un qualche organo per ricevere in sé il nutrimento, né per espellere i residui. Nulla infatti poteva lasciare andare via, e nulla gli si aggiungeva da nessuna parte – d’altronde al di fuori non vi era niente -, ma il mondo è stato generato ad arte per cui procura da solo a se stesso il nutrimento mediante la sua corruzione, e tutto agisce e patisce da sé e per sé: il suo ordinatore ritenne infatti che esso sarebbe stato migliore se fosse bastato a se stesso che se avesse avuto bisogno di altri. Quanto alle mani, che non gli sarebbero servite per prendere o lasciare qualcosa, il dio non ha ritenuto di dovergliele aggiungere inutilmente, né i piedi, né quanto in genere viene utilizzato per camminare. Gli ha invece assegnato un movimento che si adatta al suo corpo, e cioè quello fra i sette che riguarda maggiormente l’intelligenza e il pensiero. Perciò facendo girare intorno nello stesso modo, nella stesso punto e in se stesso, lo fece muovere di un moto circolare, gli tolse tutti e sei i movimenti e lo realizzò in modo che fosse privo degli errori di quelli. E non avendo bisogno di piedi per questa rotazione, lo generò senza gambe e senza piedi. Tale fu il ragionamento che il dio che sempre è formulò riguardo al dio che un giorno sarebbe stato, e così fece un corpo liscio e uniforme, in ogni punto ugualmente distante dal centro, e intero e perfetto e composto di corpi perfetti: e posta l’anima in mezzo ad esso, cercò di stenderla in ogni direzione, e addirittura dal di fuori ricoprì con essa il corpo, e realizzò un cielo circolare che si muove tutt’intorno, unico e deserto, per sua virtù in grado di accompagnarsi da sé e di non aver bisogno di nessun altro, buon conoscitore ed amico di se stesso. Per tutte queste ragioni felice generò quel dio. Quanto all’anima, il dio non la fabbricò più giovane del corpo, così come adesso facciamo noi, cominciando a parlarne dopo: non permise infatti che nell’atto di unirsi insieme, il più vecchio fosse comandato dal più giovane. Ma noi che prendiamo parte in larga misura della sorte anche a caso parliamo. Il dio prima del corpo formò l’anima e la generò più vecchia per generazione e per virtù, in modo che fosse padrona del corpo e questi obbedisse. La generò formata di tali elementi e in base a tale criterio. Dell’essenza indivisibile e che è sempre allo stesso modo e di quella divisibile che si genera nei corpi, da tutte e due, dopo averle mescolate, formò una terza specie di essenza intermedia, che prende parte della natura del medesimo e dell’altro, e così la pose in mezzo tra l’essenza indivisibile e quella divisibile secondo i corpi: e dopo averle prese tutte e tre, le mescolò in una sola specie collegando a forza la natura dell’altro, che rifiutava di mescolarsi, con quella del medesimo. Mescolando queste due nature con l’essenza, e di tre facendone una sola, divise di nuovo questa totalità in quante parti conveniva, risultando ciascuna dalla mescolanza del medesimo, dell’altro e dell’essenza.

Cominciò a dividere così: prima tolse dal tutto una parte, dopo di questa tolse una doppia della prima, quindi una terza, una volta e mezzo più grande della seconda e il triplo della prima, poi una quarta doppia della seconda, una quinta tripla della terza, una sesta che era otto volte la prima, una settima ventisette volte più grande della prima. [14] Dopo di ciò, riempì gli intervalli doppi e tripli, [15] tagliando ancora dal tutto altre parti e ponendole in mezzo a questi intervalli, sicché in ciascun intervallo vi fossero due medi, ed uno superasse gli estremi e fosse superato della stessa frazione di ciascuno di essi, mentre l’altro superasse e fosse superato dallo stesso numero. [16] Originandosi da questi legami nei precedenti intervalli nuovi intervalli di uno e mezzo, di uno e un terzo, e di uno e un ottavo, riempì tutti gli intervalli di uno e un terzo con l’intervallo di uno e un ottavo, lasciando una piccola parte di ciascuno di essi, in modo che l’intervallo lasciato di questa piccola parte fosse definito dai valori di un rapporto numerico, come duecentocinquantasei sta a duecentoquarantatré. [17] Così riuscì ad impiegare tutta quella mescolanza da cui aveva operato queste divisioni. Dopo che ebbe diviso in due, secondo la lunghezza, tale composizione, ed ebbe adattato una parte all’altra nel loro punto mediano in forma di x, le piegò in circolo nello stesso punto, congiungendo fra di loro le estremità di ciascuna nel punto di incontro opposto alla loro intersezione, e vi impresse un movimento di rotazione uniforme nel medesimo spazio, e uno dei due circoli lo fece esterno, mentre l’altro interno. [18] Destinò il movimento del circolo esterno al movimento della natura del medesimo, e quello del circolo interno al movimento della natura dell’altro. E rivolse il movimento della natura del medesimo secondo il lato di un triangolo, verso destra, mentre il movimento della natura dell’altro secondo la diagonale verso sinistra. Infine conferì potere al movimento del medesimo e del simile: lasciò che esso fosse uno ed indivisibile, mentre divise sei volte il movimento interno facendone sette circoli disuguali, secondo gli intervalli del doppio e del triplo, in modo che fossero tre per ciascuna parte. E a questi circoli comandò che si muovessero in senso opposto gli uni agli altri, e che tre avessero uguale velocità, mentre gli altri quattro avessero velocità disuguale l’uno rispetto all’altro e rispetto agli altri tre, ma che tutti girassero secondo un criterio logico.

Dopo che l’intera struttura dell’anima fu generata secondo il pensiero del suo artefice, compose allora dentro di essa tutta la parte corporea, e unì anima e corpo armonizzando insieme i due centri: e l’anima, estendendosi dal centro in ogni direzione sino all’estremità del cielo e avvolgendolo esternamente tutt’intorno, per poi rivolgersi essa stessa in se stessa, diede origine ad un principio divino di incessante e intelligente vita per tutta la durata del tempo. E il corpo del cielo fu generato visibile, e l’anima invisibile; ma l’anima, prendendo parte della ragione e dell’armonia, è la migliore fra le cose generate dal migliore degli esseri intellegibili ed eterni. Poiché essa risulta dalla mescolanza di queste tre parti, ovvero la natura del medesimo, quella dell’altro e dell’essenza, ed essendo divisa e collegata in modo ben proporzionato, e rivolgendosi in se stessa, quando viene a contatto con un qualcosa che abbia natura corruttibile o indivisibile, muovendosi tutta quanta in sé dice a che cosa quel qualcosa sia uguale e da che cosa sia diverso, e soprattutto perché, dove, come, e quando, avviene alle cose generate di essere o di subire, sia fra dì loro, sia in relazione a quelle che sono sempre le stesse. Questo ragionamento diviene allo stesso modo vero sia che si riferisca a quello che è l’altro, sia a quello che è il medesimo, procedendo in ciò che si muove da sé senza voce né suono. Quando si riferisce al sensibile, e il circolo dell’altro, muovendosi con regolarità, rende consapevole tutta l’anima, allora nascono opinioni e credenze solide e vere: quando si riferisce al razionale, e il circolo del medesimo, correndo rapidamente, lo indica, allora di necessità giunge al suo compimento la mente e la scienza. E se qualcuno dicesse che ciò in cui nascono queste due conoscenze sia diverso dall’anima, dirà tutto tranne che la verità.

Non appena il padre che lo aveva generato osservò muoversi e vivere questo mondo che era stato fatto ad immagine degli eterni dèi, si rallegrò e pieno di gioia pensò di renderlo ancora più simile al modello. Come dunque esso è un essere vivente eterno, così, per quanto gli era possibile, cercò di rendere tale anche questo tutto. Dunque la natura di quell’essere è eterna, e questo non era possibile applicarlo completamente a questo mondo generato: pensò allora di realizzare un’immagine mobile dell’eternità, e, ordinando il cielo, fa dell’eternità che rimane nell’unità un’immagine eterna che procede secondo il numero, e che noi abbiamo chiamato tempo. E i giorni e le notti, e i mesi e gli anni, che non esistevano prima che il cielo fosse generato, fece allora in modo che essi nascessero nel momento in cui componeva il cielo. Tutte queste sono parti di tempo, e “l’era” e il “sarà” sono specie generate di tempo che noi senza saperlo attribuiamo in modo scorretto all’essenza eterna. Diciamo infatti che essa era, è, e sarà, ma secondo un ragionamento veritiero soltanto “l’è” si adatta all’essenza eterna, mentre “l’era” e il “sarà” conviene dirle a proposito della generazione che procede nel tempo: si tratta infatti di due movimenti, mentre ciò che è sempre allo stesso modo ed immobile non conviene che diventi attraverso il tempo né più vecchio né più giovane, né che sia mai diventato, né che ora diventi, e neppure che diventerà in avvenire.

In sintesi non gli si può conferire nessuna di quelle proprietà che la generazione applica a quelle cose che si muovono sul piano del sensibile, ma queste, invece, sono forme del tempo che imita l’eternità e si muove in circolo secondo il numero. Ed inoltre noi usiamo tali espressioni: “ciò che è divenuto è divenuto”, “ciò che diviene è divenente”, e ancora “ciò che diventerà diventerà”, “ciò che non è non è”, e tuttavia di queste espressioni nessuna è esatta. Ma nella presente circostanza non è forse ancora giunto il momento opportuno per esaminare attentamente tali questioni.

Il tempo dunque è nato insieme al cielo, in modo che, generati insieme, insieme anche si dissolvano, se mai avvenga una loro dissoluzione, e fu fatto sulla base del modello dell’eterna natura, perché, per quanto è possibile, le somigli: il modello esiste per tutta l’eternità, mentre il cielo sino alla fine per tutto il tempo è esistito, esiste, ed esisterà. In base allora a questo ragionamento e pensiero del dio sulla nascita del tempo, perché il tempo fosse generato, furono generati il sole, la luna, e altri cinque astri che si chiamano pianeti, per distinguere e custodire i numeri del tempo: il dio, avendo formato i corpi per ciascuno di essi, i quali erano sette, li pose nelle sette orbite in cui si muoveva il circolo dell’altro, ovvero la luna nella prima orbita intorno alla terra, il sole nella seconda sopra la terra, la stella del mattino e l’astro che si dice sacro ad Hermes nell’orbita uguale per velocità a quella del sole, ma che ha direzione contraria rispetto ad essa.

Sicché il sole, e l’astro sacro ad Hermes, e la stella del mattino si raggiungono e allo stesso modo sono raggiunti l’uno dall’altro.

Quanto agli altri pianeti, se si volesse spiegare dove il dio li collocò e per quale ragione, questa appendice risulterebbe più faticosa della stessa materia per cui se ne parla. Dunque queste cose, se avremo tempo, saranno forse oggetto di una degna trattazione più tardi. Dopoché ciascuno degli astri, che sono necessari per la formazione del tempo, giunse nell’orbita che gli era più adatta, e i loro corpi, collegati con legami animati, divennero esseri viventi, e appresero il loro compito, allora secondo il movimento dell’altro che è obliquo e passa attraverso il movimento del medesimo e ne è dominato, gli uni percorsero un’orbita maggiore, gli altri un’orbita minore, e quelli che percorrevano un’orbita minore erano più rapidi, quelli che percorrevano un’orbita maggiore erano più lenti. Grazie al movimento del medesimo gli astri che giravano più rapidamente sembravano essere raggiunti da quelli che giravano più lentamente, anche se li raggiungevano: infatti questo movimento volgeva tutte le loro orbite a spirale, e muovendosi gli uni in un senso e gli altri in senso contrario, faceva in modo che quel pianeta che si allontanava più lentamente da questo movimento, che è il più veloce, sembrasse il più vicino. Perché vi fosse un’evidente misura della relativa lentezza e rapidità, e i pianeti percorressero le loro otto orbite, il dio accese nella seconda orbita dopo la terra quella luce che adesso abbiamo chiamato sole, in modo che risplendesse, per quanto era possibile, per tutto il cielo, e tutti gli esseri viventi cui conveniva prendessero parte del numero, apprendendolo dal movimento del medesimo e del simile. In questo modo e per queste ragioni ebbero origine la notte e il giorno, che rappresentano il periodo del movimento circolare unico e più sapiente: il mese nacque invece quando la luna raggiunge il sole dopo aver percorso la sua orbita, e l’anno quando il sole ha percorso la sua orbita. Quanto ai periodi degli altri pianeti, poiché gli uomini non li conoscono, salvo alcuni pochi, non sono stati neppure nominati e non si misurano in numeri, mediante l’osservazione, i loro rapporti reciproci, sicché, così per dire, gli uomini non sanno che il tempo è misurato anche dai loro giri, infinitamente molteplici e straordinariamente vari: non di meno è tuttavia possibile capire che il numero perfetto del tempo realizza l’anno perfetto allorquando le velocità di tutti e gli otto periodi, compiendosi reciprocamente, ritornano al punto di partenza, misurate secondo l’orbita del medesimo che si muove in modo uniforme. In questo modo e per questa ragione furono generati tutti gli astri che percorrono il cielo e fanno ritorno, perché questo mondo fosse il più simile possibile a quell’essere vivente perfetto e intellegibile, in virtù dell’imitazione della sua eterna natura. E tutto il resto sino alla generazione del tempo era ormai stato realizzato a somiglianza del modello, anche se, dentro di sé, non comprendeva ancora tutti gli esseri viventi che in seguito vi furono generati, e in questo era ancora dissimile rispetto al suo modello. Ciò che rimaneva da compiere il dio lo realizzò imitando la natura del modello. Come dunque la sua mente osserva, nell’essere vivente che è, quali e quante specie vi si contengono, così pensò che tali e tante anche questo mondo dovesse avere.

Esse sono quattro: una è la stirpe celeste degli dèi, un’altra quella alata che vaga per l’aria, una terza è la specie acquatica, la quarta è quella pedestre che cammina sulla terra. Per quanto riguarda la specie divina, il dio la realizzò in larga parte di fuoco, perché fosse la più splendente e la più bella a vedersi, e rendendola simile all’universo la rese perfettamente rotonda e la collocò nell’intelligenza del circolo più potente in modo che lo potesse seguire, distribuendola intorno per tutto il cielo, perché fosse per lui un reale e vario ornamento in tutta la sua interezza. Assegnò due movimenti a ciascuno degli dèi: l’uno nello stesso punto ed uniforme, poiché in se stessi pensano lo stesso intorno alle stesse cose, l’altro orientato in avanti, poiché sono dominati dall’orbita del medesimo e del simile. [19] Rispetto invece agli altri cinque movimenti li rese immobili e stabili, in modo che ciascuno di essi diventasse il più possibile migliore. Per questa ragione dunque furono generati quegli astri che non sono vaganti, esseri viventi divini ed eterni i quali, roteando con moto uniforme nello stesso punto, stanno sempre fermi: gli astri invece che mutano il loro corso e vagano in varie direzioni, come si è detto prima, in conformità con quelli furono generati. Quanto alla terra, nostra nutrice, girando intorno all’asse che si estende per l’universo, il dio fece in modo che fosse custode ed artefice della notte e del giorno, la prima e la più antica fra le divinità che sono state generate dentro il cielo. Per quanto riguarda infine le danze di questi astri e i loro incontri, le circonvoluzioni e gli avvicinamenti dei loro circoli, e quali dèi nelle connessioni vengano in contatto fra loro e quali siano all’opposto, e dietro a chi, coprendosi l’un l’altro, e in quali tempi si nascondano a noi, per fare nuovamente la loro comparsa inviando paure e segni del futuro a coloro che non sanno fare questi calcoli, trattare in sostanza tutte queste cose senza poterle osservare, sarebbe fatica inutile: ma questo ci sia sufficiente, e la trattazione sulla natura degli dèi visibili e generati abbia termine.

Parlare degli altri dèmoni e conoscerne l’origine è impresa superiore alle nostre capacità, e quindi bisogna prestare fede a quanti ne hanno parlato in un tempo precedente, in quanto erano, come dicevano, discendenti degli dèi, e conoscevano perfettamente i loro antenati: è impossibile dunque non prestare fede agli dèi, e anche se parlano senza argomentazioni verosimili e necessarie, tuttavia, poiché dicono di esporre cose riguardanti la loro famiglia, bisogna, seguendo la tradizione, prestarvi fede. Così dunque secondo loro sia e si dica la genealogia di questi dèi: da Gea e Urano nacquero i figli Oceano e Teti, e da questi, Forci, Crono, e Rea e quanti nacquero insieme a loro; da Crono e Rea, Zeus ed Era e tutti quanti noi sappiamo che sono detti loro fratelli, e ancora gli altri, figli di questi. Non appena tutti quanti gli dèi nacquero, sia quelli che percorrono apertamente le loro orbite, sia quelli che fanno la loro comparsa quando vogliono, colui che generò quest’universo disse loro le parole che seguono: “Dèi, figli di dèi, di cui io sono padre ed artefice, grazie a me le cose che sono generate sono indissolubili, fin quando lo voglio.

Tutto ciò che è legato si può sciogliere, ma è un male voler sciogliere ciò che è ben armonizzato e sta bene insieme: perciò, siccome siete stati generati, non siete immortali né del tutto incorruttibili, ma non sarete disciolti, né vi colpirà il destino di morte, poiché avete ricevuto in sorte i legami della mia volontà, che sono ancora più forti e potenti di quelli con cui siete stati legati quando siete nati. Prestate attenzione a quello che ora il mio discorso vi dimostra. Le specie mortali che devono ancora essere generate sono tre, e se non verranno generate, il cielo rimarrà incompiuto: infatti non avrà in esso tutte le specie degli esseri viventi, mentre deve averle, se vuole essere del tutto compiuto. Se io dunque le facessi nascere e grazie a me prendessero parte alla vita, sarebbero uguali agli dèi. Perché siano mortali, e questo universo sia davvero universo, rivolgetevi, secondo la vostra natura, alla realizzazione degli esseri viventi, imitando la potenza che io ho impiegato nella vostra generazione. E per quella parte di essi cui convenga avere lo stesso nome degli immortali, che è detta divina e governa quanti fra essi vogliono sempre seguire la giustizia e voi, darò il seme e il principio: quanto al resto, tessendo insieme la parte mortale con l’immortale, formate e generate esseri viventi, e dando loro il nutrimento fateli crescere, e quando moriranno accoglieteli nuovamente.

Così parlò, e di nuovo nella prima coppa, nella quale aveva mischiato e temperato l’anima del mondo, versò ciò che rimaneva di quei primi elementi, mescolandoli più o meno nello stesso modo: d’altra parte non erano più ugualmente puri come prima, ma erano elementi di secondo o terzo grado. Dopo aver formato il tutto, lo divise in un numero di anime uguale a quello degli astri, ne distribuì una a ciascun astro, e, facendole salire come su di un carro, indicò la natura dell’universo, e disse loro le leggi fatali: e cioè che la prima generazione sarebbe stata unica per tutti, perché nessuno fosse posto in condizione di inferiorità da lui; che le anime, disseminate ciascuna negli strumenti del tempo più adatti ad ognuna, avrebbero generato il più religioso fra gli esseri viventi; e che essendo doppia la natura umana, sarebbe stata migliore quella stirpe che in seguito si sarebbe chiamata uomo. Quando le anime fossero di necessità impiantate nei corpi, e al loro corpo qualcosa si aggiungesse e qualcos’altro si togliesse, in un primo tempo nascerebbe inevitabilmente in tutti gli esseri viventi un’unica sensazione prodotta da passioni violente, in un secondo tempo amore mescolato a piacere e dolore, e inoltre paura, ira, e tutti gli stati d’animo che seguono a queste o che per natura sono opposti. Se si dominassero queste passioni si vivrebbe nella giustizia, se si fosse dominati, nell’ingiustizia. E chi vivesse bene il tempo che gli spetta, tornando di nuovo nella dimora dell’astro a lui affine, vivrebbe una vita felice e ordinaria: se invece sbagliasse in questo, nella seconda generazione si muterebbe nella natura di donna; e se neppure in queste circostanze facesse cessare la sua cattiveria, a seconda della sua malvagità, si muterebbe di continuo in una natura ferina tale da somigliare al vizio che in lui si fosse generato, e mutando in questo modo non cesserebbe dalle sue pene se non quando, lasciandosi trascinare dal periodo del medesimo e del simile che è in sé, e dominando con la ragione la gran massa che si fosse venuta a generare sul suo essere, costituita di fuoco, di acqua, di aria, e di terra, una massa tumultuosa ed irrazionale, non giungesse nella specie della prima ed ottima condizione. Dopo che legiferò per essi tutte queste leggi, per non essere responsabile della malvagità futura di ciascuno, seminò alcuni di essi nella terra, altri nella luna, altri ancora in altri organi del tempo: dopo la seminagione affidò ai giovani dèi il compito di plasmare corpi mortali e di completare quanto dell’anima umana era ancora da aggiungere, e tutto ciò che ne conseguiva, e di governare le anime e di guidare l’essere mortale nel modo più bello e migliore possibile, perché non fosse esso stesso causa dei suoi mali.

Avendo ordinato tutto ciò, rimase nel suo stato, com’era conveniente: e mentre egli stava in questo stato, i figli, compreso l’ordinamento del padre, gli obbedivano. E preso l’immortale principio dell’essere mortale, imitando il loro demiurgo, presero in prestito dal mondo parti di fuoco, di terra, di acqua e di aria che sarebbero poi state restituite, e le unirono insieme, non con quei legami indissolubili con cui essi erano uniti, ma, connettendole con moltissimi chiodi invisibili per la loro piccolezza, e realizzando così da tutti gli elementi un corpo unico per ciascuno, legarono i circoli dell’anima immortale a questi corpi soggetti ad influssi ed efflussi. E questi circoli, legati come ad un fiume in piena, non dominavano e non erano dominati, mentre a forza erano trasportati e trasportavano, sicché tutto l’essere vivente si muoveva, avanzando in modo disordinato dove il caso lo portava, e senza ragione, avendo in sé tutti e sei i movimenti: si muoveva in avanti e indietro, e a destra e a sinistra, e in basso e in alto, ed errando da ogni parte procedeva nelle sei direzioni. Era impetuosa l’ondata che affluiva e refluiva e che procurava il nutrimento, ma le impressioni che giungevano dall’esterno determinavano in ciascuno ancor più scompiglio, quando il corpo incontrasse all’esterno un fuoco estraneo, o anche la solidità della terra, o l’umido scorrere delle acque, o fosse sorpreso dal turbine dei venti portati dall’aria, e quando i movimenti causati da tutti questi fenomeni, attraverso il corpo, colpissero l’anima: e tutti questi movimenti, in seguito, furono chiamati per queste ragioni sensazioni, e ancora ad esso così si chiamano. Le sensazioni, procurando anche allora moltissimo e grandissimo movimento, e, insieme al fiume che continuamente fluisce, muovendo e scuotendo con violenza i circoli dell’anima, impedirono completamente, scorrendo in direzione opposta, il circolo del medesimo, e proibirono che dominasse e progredisse nel suo corso, e in seguito turbarono anche il circolo dell’altro. In tal modo i tre intervalli doppi e i tre intervalli tripli, e i medi e i legami dell’uno e mezzo, dell’uno e un terzo, e dell’uno e un ottavo, [20] non potendo essere del tutto sciolti se non da chi li aveva legati, esse li contorsero in tutte le direzioni, e provocarono tutte le fratture e le deviazioni che erano possibili, in modo che quei circoli, stando appena uniti fra loro, si muovevano, ma si muovevano senza criterio logico, ora in senso contrario, ora in senso obliquo, ora supini: come quando un uomo supino, appoggiato il capo a terra e sollevando in alto i piedi, si mette di fronte a qualcuno, allora in questa posizione dì chi si trova in tale condizione e di chi lo osserva, la destra sembra la sinistra, e la sinistra la destra, a seconda delle rispettive posizioni dei due osservatori.

Quando dunque i circoli dell’anima subiscono il violento impatto di questi stessi turbamenti e di altri simili, e quando si imbattono in qualcuno degli oggetti esterni appartenenti al genere del medesimo o dell’altro, allora, chiamando in modo contrario alla verità ciò che è medesimo o diverso rispetto a qualcosa, diventano falsi ed insensati, e non vi è in essi nessun circolo che governi o che faccia da guida agli altri: quando poi alcune sensazioni, provenendo dall’esterno, si abbattono su questi circoli e trascinano con sé anche tutto l’involucro dell’anima, allora, benché essi siano dominati, sembrano dominare. A causa di tutte queste impressioni esterne, l’anima, adesso come in principio, non appena si lega al corpo immortale, diventa insensata. Quando però il flusso di ciò che serve a far crescere e nutrire giunge con minore intensità, e i circoli dell’anima, ripresa la calma, vanno di nuovo per la loro strada, e si rinsaldano con il passare del tempo, allora le orbite di ciascun circolo, procedendo ormai secondo il loro corso naturale e correggendosi, chiamano in maniera corretta l’altro e il medesimo, e rendono assennato chi le possiede. Se inoltre interviene una retta educazione ed istruzione, l’individuo, liberato dalla più grande malattia, diventa integro e perfettamente sano, ma se non presta attenzione, percorrendo zoppicando il cammino della vita, ritorna nell’Ade imperfetto e insensato. Ma questo arriverà alla fine, nell’occasione più opportuna. Intanto dobbiamo spiegare con maggior precisione ciò che ora è stato proposto, e cioè si deve innanzitutto parlare della generazione dei singoli corpi e dell’anima, e in base a quali ragioni e pensieri degli dèi essi furono generati: questo bisogna trattare, seguendo la ragione più verosimile, e procedere così lungo questa strada.

Imitando la forma dell’universo che è sferica, gli dèi collegarono i circoli divini, che sono due, in un corpo sferico che ora chiamiamo capo, che è la parte più divina e che governa tutte le altre che sono in noi: e al capo gli dèi affidarono, come servitore, tutto il corpo, una volta che lo ebbero formato, pensando che esso avrebbe preso parte di tutti quanti i suoi movimenti. Perché allora, rotolando sulla terra che ha alture e profondità di ogni sorta non incontrasse difficoltà nel superare le une e a venir fuori dalle altre, gli diedero questo corpo come carro, e l’agilità di muoversi: perciò il corpo ha una lunghezza, e generò quattro membra distese e flessibili, strumenti fabbricati dal dio con i quali prendendo e appoggiandosi sopra, potesse spostarsi in ogni luogo, portando nella parte alta di noi la dimora di ciò che è più divino e più sacro. Così e per questa ragione furono aggiunti a tutti gambe e mani. Poiché gli dèi ritenevano che la parte anteriore fosse più degna di quella posteriore e più adatta al comando, ci diedero soprattutto la possibilità di muoverci in questa direzione. Dunque bisognava che l’uomo avesse la parte anteriore del corpo distinta e diversa. Perciò prima di tutto intorno alla cavità del capo, dopo avervi sistemato il volto, legarono ad esso gli organi che servono per ogni previsione dell’anima, e decisero che questa parte, per natura anteriore, prendesse parte del comando. Prima i ogni altro organo fecero gli occhi, i quali portano la luce e li attaccarono in tal modo: di tutto quel fuoco che non ha la proprietà di bruciare, ma che procura la mite luce propria di ogni giorno, fecero in modo che vi fosse un corpo. Quindi il fuoco puro che è dentro di noi, e che è come fratello del fuoco esterno, lo fecero scorrere liscio e denso attraverso gli occhi, comprimendo tutte le parti degli occhi, ma soprattutto la parte centrale, perché trattenessero tutto quanto è più grasso, e lasciassero passare solo quello puro. Quando dunque vi è la luce diurna intorno alla corrente del fuoco della vista, allora il simile si incontra con il simile, diventando un tutt’uno compatto, e forma un corpo unico e concorde nella direzione degli occhi, dove la luce che viene dal di dentro si scontra con quella che proviene da fuori. Se questo corpo, diventato tutto ugualmente sensibile a causa della sua conformità, viene a contatto con qualcosa o lo subisce, propagando i movimenti di queste impressioni per tutto il corpo fino all’anima, procura quella sensazione per cui noi diciamo di vedere. Ma quando il fuoco del giorno scompare nella notte, il fuoco della vista si separa dal suo affine: uscendo fuori dagli occhi e imbattendosi nel dissimile, si altera e si spegne, non essendo più della stessa natura dell’aria circostante, poiché essa non ha più fuoco. L’occhio cessa di vedere e chiama il sonno: le palpebre, infatti, che gli dèi hanno fabbricato per la salvezza della vista, quando si chiudono, trattengono la potenza del fuoco interno la quale placa e calma i movimenti interiori, e una volta appianati giunge la quiete. E quando la quiete è molta, si verifica un sonno fatto di brevi sogni, mentre se permangono agitazioni più grandi, a seconda della loro natura e delle parti del corpo in cui rimangono, producono all’interno tali e tanti visioni che rassomigliano a quelle esterne e che da svegli ci ricordiamo.

Per quanto riguarda la formazione delle immagini negli specchi e tutti quei corpi lucidi e levigati, non è difficile rendersi conto. Infatti, dalla combinazione reciproca del fuoco interno e di quello esterno, che diventano ogni volta uno solo sulla superficie levigata e in molti modi si trasformano, derivano di necessità tutte le apparenze di questo genere, dal momento che il fuoco che si trova intorno al volto diventa un tutt’uno con il fuoco che esce dagli occhi su di una superficie liscia e lucida. E la sinistra sembra la destra, poiché le parti opposte del fuoco della vista vengono in contatto con le parti opposte del fuoco esterno, contrariamente al solito modo con cui avviene il contatto: la destra, invece, appare destra e la sinistra sinistra, al contrario, quando la luce, componendosi, muta la sua posizione con ciò con cui si compone. Questo si verifica quando, essendo la superficie levigata degli specchi curvata innanzi dalle due parti, la sua parte destra invia luce verso la sinistra del fuoco della vista e la sinistra verso la destra. Se questo stesso specchio si volge secondo la lunghezza del volto, fa in modo che tutto appaia capovolto, e quindi la luce che proviene dal basso viene proiettata verso la parte superiore del raggio visivo, e quella che proviene dall’alto verso la parte inferiore.

Tutte queste sono concause di cui il dio si serve come di assistenti per realizzare, per quanto è possibile, l’idea dell’ottimo: dalla maggior parte delle persone, invece, vengono ritenute cause, e non concause di tutta la realtà, perché raffreddano e riscaldano, condensano e dilatano, e compiono altre cose di questo genere.

Esse però non sono in grado di possedere alcuna ragione, né intelligenza nei confronti di nulla. Di tutti gli esseri si deve dire che soltanto l’anima è quella cui conviene che sia fornita di intelligenza: infatti essa è invisibile, mentre il fuoco e l’acqua, la terra e l’aria sono tutti corpi visibili. è allora necessario che chi ama l’intelligenza e la scienza vada alla ricerca delle cause prime della natura ragionevole, e in seguito, le cause che si generano da altre cause e che di necessità ne muovono altre. Anche noi dobbiamo fare così: bisogna parlare di queste due specie di cause, distinguendo quelle che con intelligenza fabbricano ciò che è bello e buono, da quelle che, separate dall’intelligenza, operano ogni volta a caso e in modo disordinato. Ma sulle concause degli occhi in relazione alle quali essi hanno quella facoltà che essi ora hanno avuto in sorte, si è detto a suficienza: dopo di ciò si deve parlare del loro grandissimo vantaggio, grazie a cui il dio ce ne ha fatto dono. Secondo il mio ragionamento la vista è diventata causa del più grande vantaggio per noi, perché nessuno dei discorsi che ora abbiamo pronunciato intorno all’universo sarebbe mai stato detto se non avessimo visto gli astri, il sole e il cielo. Ora le osservazioni del giorno e della notte, dei mesi e dei periodi degli anni, degli equinozi e dei solstizi hanno procurato il numero, e hanno fornito la riflessione sul tempo e la ricerca sulla natura dell’universo: da queste cose abbiamo ottenuto il genere della filosofia, di cui nessun bene più grande giunse, né giungerà mai alla stirpe mortale come dono degli dèi. Dico che questo è il bene più grande degli occhi: quanto agli altri, che sono minori, perché dovremmo celebrarli? E chi non è filosofo, se si lamentasse per aver perso la vista, non si lamenterebbe invano?

Ma dobbiamo dire che la ragione per cui il dio ha scoperto e ci ha donato la vista è quella per cui, osservando nel cielo i circoli dell’intelligenza, ce ne servissimo per i circoli della nostra intelligenza, che sono affini a quelli, anche se i nostri sono disordinati, mentre quelli ordinati, e dunque, appresi e resi partecipi della correttezza dei ragionamenti naturali, imitando i movimenti del dio che sono assolutamente regolari, potessimo correggere gli errori dei nostri. Per quanto riguarda la voce e l’udito vale di nuovo lo stesso discorso, e cioè che per gli stessi scopi e le stesse ragioni sono stati donati dagli dèi. La parola è stata ordinata per lo stesso scopo, e ad esso ha contribuito moltissimo, e così quanto vi è di utile nel suono della musica è stato donato all’udito a causa dell’armonia. E l’armonia, dotata di movimenti affini ai circoli della nostra anima, a chi con intelligenza si serve delle Muse non sembra utile, come si crede ora, a procurare un piacere irragionevole: ma essa è stata data dalle Muse per ordinare e rendere consono con se stesso il circolo della nostra anima che fosse diventato discorde. E il ritmo è stato donato da quelle per questo stesso motivo, vale a dire per ovviare a quella condizione che interessa la maggior parte di noi e che consiste nella mancanza di misura e di grazia.

Nel discorso precedente, tranne brevi accenni, si è parlato di ciò che è stato realizzato mediante l’intelligenza: a questa parte del discorso bisogna aggiungere anche ciò che avviene per necessità.

Infatti la genesi di questo mondo è mista, derivando da una composizione di necessità e di intelligenza.

L’intelligenza dominò la necessità, persuadendola a muovere verso l’ottimo bene la maggior parte delle cose che si generavano, e così, poiché la necessità si era lasciata dominare da una saggia persuasione, venne in principio realizzato quest’universo. Se dunque qualcuno dirà come esso si è effettivamente formato, dovrà includere questa specie di causa mutevole, per quanto, secondo la sua natura, vi abbia apportato il suo contributo: così ora si deve ritornare indietro, e ricominciare di nuovo da capo anche per queste cose, così come avevamo fatto per quelle di prima, dando a questa stessa questione un altro principio che le si adatti. Bisogna osservare la natura del fuoco e dell’acqua, dell’aria e della terra prima della nascita del cielo, e le sue proprietà precedenti: ora nessuno mai indicò la loro origine, ma come se si sapesse che cos’è il fuoco e ciascuno degli altri elementi, diciamo che essi sono i princìpi primi ponendoli come le lettere dell’universo, mentre converrebbe avere un po’ di intelligenza per capire che non si potrebbero neppure paragonare con verosimiglianza alle specie delle sillabe. Adesso il nostro intento sarà questo: non dobbiamo parlare per ora del principio, o dei princìpi, o come si voglia dire, di tutte le cose, e non per altro se non per questo motivo, e cioè per il fatto che è difficile manifestare la mia opinione con l’attuale metodo di discussione. Non crediate pertanto che io debba parlarvene, e del resto neppure io stesso potrei convincermi di far bene ad assumermi un compito così gravoso: ma osservando, come fu detto in principio, la forza dei ragionamenti verisimili, tenterò prima di tutto di dire riguardo ad ogni cosa ed a tutte le cose in generale, ragioni non meno verosimili, anzi ancor più verosimili delle altre. Dunque, dopo aver invocato anche ora, all’inizio del discorso, il dio salvatore perché ci scampi da una trattazione assurda e insensata e ci conduca in salvo verso opinioni verosimili, cominciamo di nuovo a parlare.

Questo ragionamento intorno all’universo avrà sin dall’inizio più divisioni di prima: allora noi distinguemmo due specie, ora dobbiamo mostrare un’altra terza specie. Nel discorso di prima, infatti, erano sufficienti due specie, una presentata come la specie del modello, che è intellegibile e sempre allo stesso modo, la seconda che è l’imitazione del modello, che ha nascita ed è visibile: allora non ne individuammo una terza, pensando che due sarebbero bastate. Ora il discorso pare che ci costringa a tentare di spiegare con le parole questa specie difficile e oscura.

Quale proprietà si deve supporre che essa abbia secondo natura?

Questa soprattutto: di essere il ricettacolo di tutto quanto si genera, come fosse una nutrice. Questa è la verità, ma si deve parlarne con maggior chiarezza, anche se è difficile soprattutto perché si devono sollevare dei dubbi sul fuoco e sugli altri elementi che sono uniti con il fuoco: per ciascuno di questi elementi è infatti difficile dire quale effettivamente si debba chiamare acqua piuttosto che fuoco, e quale si può chiamare in qualsiasi altro modo piuttosto che con tutti i nomi o con ciascun nome, in modo tale che si possa parlare con fedeltà e con sicurezza.

Come dunque potremmo dire questo, e in che modo, e come si potranno verosimilmente risolvere i nostri dubbi? In primo luogo, quella che ora abbiamo chiamato acqua, quando gela, osserviamo che diventa, a quanto pare, pietre e terra, quando evapora e si dissolve, essa diventa vento e aria, e l’aria, bruciando, diventa fuoco, e il fuoco, comprimendosi e spegnendosi, ritorna nuovamente nella forma di aria, e l’aria, compressa e condensata, diviene nuvola e nebbia, e da queste ultime, quando si condensano ancora di più, scorre l’acqua, e dall’acqua nasce di nuovo terra e pietre, in modo che questi corpi, a quanto sembra, si trasmettono come in un ciclo la generazione. E poiché ciascuno di questi corpi non si presenta mai sotto la stessa forma, come non vergognarsi se si afferma con sicurezza che uno qualsiasi di essi corrisponde a quel corpo e non ad un’altro? Di nessuno si può dire questo, ma su tali questioni il modo di parlare di gran lunga più sicuro è quello che segue: di quello che sempre noi osserviamo mutarsi da una forma ad un’altra, come il fuoco, non si deve dire che questo è il fuoco, ma ogni volta che esso ha tale proprietà, né che questa è l’acqua, ma sempre che essa ha tale proprietà, e infine nessuna altra cosa, quasi avesse una qualche stabilità, dobbiamo indicare mediante l’uso delle determinazioni “questo” e “quello”, ritenendo di mostrare qualcosa di determinato. Infatti sfuggono e non tollerano le determinazioni di “questo” e “quello” e di “così” e ogni altra definizione che le indichi come se fossero stabili. Non dobbiamo allora chiamare in tal modo ciascuna di queste cose, ma di ciascuna di esse e di tutte insieme dobbiamo indicare soltanto quella tale proprietà che circola simile dall’una all’altra, e dunque diremo fuoco ciò che attraverso ogni cosa è sempre tale, e così per tutto quanto ha nascita: ma ciò in cui ciascuna di queste proprietà compare quando nasce e di nuovo svanisce, solo quello dobbiamo chiamare con il nome di “questo” e di “quello”, mentre per quanto riguarda le qualità come caldo, freddo e qualsiasi dei loro contrari e tutto quanto deriva da essi, nessuna di quelle si possono indicare con tali termini. Ma a questo proposito cerchiamo di parlare ancor più chiaramente. Se qualcuno, modellando con dell’oro figure di ogni specie, non smettesse di trasformare ciascuna di esse in tutte le altre, e se un tale, indicando una di quelle, chiedesse che cos’è mai, si potrebbe rispondere, avvicinandosi con grande sicurezza alla verità, che è oro: ma per quel che riguarda il triangolo e tutte le altre figure che potrebbero nascere da quell’oro, non sarebbe possibile affermarne l’esistenza, perché mutano nel momento stesso in cui si pongono, e allora quel tale dovrebbe accontentarsi di voler accettare con sicurezza soltanto quella tale proprietà. Lo stesso discorso vale anche per quella natura che accoglie tutti i corpi: essa dev’essere chiamata sempre allo stesso modo, perché non abbandona mai la sua proprietà.

Infatti accoglie in sé tutte le cose, e non assume affatto in alcun modo forma simile ad alcuna delle cose che riceve, perché per natura essa è come un’impronta di ogni cosa e, messa in movimento e foggiata dalle cose che entrano, appare, grazie ad esse, ora in una forma ora in un’altra. Le cose che entrano ed escono sono immagini di quelle che sempre sono, e sono improntate da esse in un modo indicibile e meraviglioso che dopo esamineremo. Per il momento bisogna riflettere su tre generi, vale a dire quello che è generato, quello in cui è generato, quello a somiglianza del quale nasce ciò che è generato.

Conviene paragonare alla madre quello che riceve, al padre quello da cui riceve, al figlio la natura intermedia, e considerare che, dovendo l’impronta essere assai varia e di tutte le varietà, ciò in cui si forma l’impronta sarà ben preparato a ricevere, a condizione che non sia fornito di tutte quelle forme quante si appresta a ricevere da fuori. Se infatti ciò che riceve fosse simile ad una di quelle cose che entrano, e se dovesse accogliere quelle cose che fossero sopraggiunte e che avessero natura contraria e del tutto estranea ad esso, le rappresenterebbe male, perché accanto a quelle rappresenterebbe la propria forma. Perciò bisogna che ciò che deve accogliere in sé tutte le specie sia estraneo ad ogni forma, come per gli unguenti odorosi ad arte si escogita prima di tutto il modo per cui siano assolutamente inodori i liquidi che devono accogliere gli odori, mentre quelli che cominciano a plasmare delle figure in qualcosa di molle, non permettono che si manifesti affatto alcuna figura, ma spianano prima la materia per renderla quanto più è possibile liscia. Allo stesso modo, anche ciò che spesso deve ricevere bene in ogni sua parte le immagini di tutte quelle cose che sempre sono, conviene che per natura sia estraneo a tutte le forme.

Perciò la madre e il ricettacolo di tutto ciò che è generato visibile e assolutamente sensibile non dobbiamo chiamarla né terra, né aria, né fuoco, né acqua, né quante da queste sono nate, né quelle da cui queste sono nate: ma se diciamo che è una specie invisibile e priva di forma, che tutto accoglie, che prende parte dell’intellegibile in modo assai oscuro e difficile a comprendersi, non diremo nulla di falso. Per quanto dunque possiamo giungere, sulla base delle cose dette, ad una definizione della sua natura, si potrebbe dire assai giustamente in questo modo: sembra ogni volta fuoco la parte infuocata di essa, acqua la parte liquida, terra e aria nella misura in cui accoglie le loro immagini. Ora però, discutendo intorno a queste cose, valutiamo con più attenzione tale questione: vi è un fuoco che esiste di per sé, e così tutte le cose di cui sempre diciamo che esistono ciascuna di per sé esistono veramente in sé, oppure tutte queste cose che noi vediamo, e le altre cose che percepiamo attraverso il corpo sono le uniche ad avere tale verità, mentre non ve n’è affatto altre, oltre a queste?

Invano allora ogni volta affermiamo che esiste per ciascun oggetto una specie intellegibile, e che altro non sarebbe se non soltanto una parola? Dunque, se lasciamo da parte la presente questione senza esaminarla e giudicarla, non potremo affermare con sicurezza che le cose stiano in un modo o nell’altro, e tuttavia non si può aggiungere alla lunghezza del discorso un’altra lunga digressione. Sarebbe assai opportuno se si individuasse una definizione chiara e netta espressa in poche parole. Ecco dunque il mio parere: se l’intelligenza e la vera opinione sono due generi distinti, queste specie esistono assolutamente di per sé, e non le possiamo percepire attraverso i sensi, ma soltanto attraverso l’intelletto. Se poi, come sembra ad alcuni, la vera opinione non differisce in nulla dall’intelligenza, allora dobbiamo considerare assolutamente certo tutto quanto sentiamo attraverso il corpo.

E tuttavia si deve dire che sono due generi distinti, poiché si sono generati separatamente ed hanno natura dissimile. L’una infatti nasce in noi attraverso l’insegnamento, l’altra si ingenera in noi attraverso la persuasione, l’una si accompagna sempre insieme al veritiero ragionamento, l’altra è priva di ragione, l’una non si lascia piegare dalla persuasione, l’altra si lascia facilmente persuadere: e si deve dire che ogni uomo prende parte dell’opinione, mentre il dio dell’intelligenza, nonché una ristretta cerchia di uomini. Stando così le cose, dobbiamo riconoscere che vi è una prima specie che è sempre allo stesso modo, immune da generazione e da corruzione, che non riceve in sé altro da altrove, e che essa stessa non procede in altro, invisibile e soprattutto impercettibile, ed è questa che l’intelligenza ottenne in sorte di osservare. La seconda specie ha lo stesso nome ed è simile a quella, è percettibile, generata, sempre in movimento, e nasce in un certo luogo e in quel luogo di nuovo perisce, e questa può essere colta dall’opinione mediante la sensazione. Vi è infine una terza specie, che sempre esiste ed è quella dello spazio: essa non riceve in sé corruzione, offre una sede a tutte le cose che hanno una nascita, si può cogliere non mediante la sensazione, ma con un ragionamento alterato, e a stento le si può prestare fede, e quando ci rivolgiamo ad essa, sogniamo e affermiamo che è necessario che tutto ciò che è si trovi in qualche luogo e occupi uno spazio, e che ciò che non è in terra, né in cielo, non è nulla. Ma tutte queste cose, ed altre affini ad esse, intorno alla natura che al di fuori del sonno è realmente esistente, per questo nostro sognare non siamo in grado, una volta svegli, di distinguerle, e di dire la verità: e cioè che dunque all’immagine, se è vero che non le appartiene neppure l’essere per cui fu generata, ma si muove sempre come il riflesso di qualcos’altro, conviene per queste ragioni che si generi in qualcos’altro, attaccandosi in qualunque modo all’esistenza, oppure che non sia assolutamente niente; invece a ciò che realmente esiste viene in soccorso la ragione vera ed esatta, dimostrando che finché una cosa è una cosa e un’altra un’altra, nessuna delle due può esistere nell’altra in modo da essere nello stesso tempo una sola cosa e due.

Questo dunque, per sommi capi, il ragionamento che ho formulato secondo il mio pensiero, e cioè che, anche prima che il cielo fosse generato, vi erano tre principi distinti: l’essere, lo spazio, e la generazione. La nutrice della generazione, inumidita e infuocata, accogliendo in sé le forme della terra e dell’aria, e subendo tutte le altre condizioni che seguono a quelle, appariva multiforme, e poiché era piena di forze non omogenee né equivalenti, mancava essa stessa di equilibrio, ma, oscillando in modo irregolare, veniva scossa da quelle forze, e muovendosi, a sua volta scuoteva quelle. E le diverse parti, mosse ora in una direzione ora in un altra, separandosi venivano sempre trasportate, come quando, dopo che sono state scosse e ventilate dai vagli e dagli strumenti che servono a purificare il grano, le parti dense e pesanti vanno da una parte, mentre quelle che sono passate al vaglio e sono leggere vengono sistemate da un’altra parte: così allora quei quattro elementi, scossi dal loro ricettacolo, il quale si muoveva esso stesso in qualità di strumento che procurava la scossa, separavano da sé, quanto più era possibile, le parti meno omogenee, ammassando quanto più potevano in uno stesso punto le parti del tutto omogenee, e perciò, prima che nascesse l’universo ordinato da essi, alcuni occuparono una posizione, altri un’altra. In un primo tempo tutti questi elementi erano disposti senza ragione e senza misura: e quando il dio cominciò ad ordinare l’universo, in principio il fuoco, l’acqua, la terra e l’aria, che pure avevano tracce delle proprie forme, si trovavano in quella condizione in cui è naturale che ogni cosa si trovi quando il dio è assente. Essendo in tale stato, il dio allora li adornò dapprima di forme e di figure. E che il dio ordinò insieme questi elementi, partendo da una condizione ben diversa, nel modo più bello e più nobile possibile, dobbiamo dirlo sempre e di ogni cosa. Ora però voglio cercare di mostrarvi con un discorso insolito come ciascuno di questi elementi è stato ordinato ed è nato, ma dal momento che conoscete il metodo scientifico con il quale bisogna mostrare le cose che dico, mi seguirete. In primo luogo è chiaro a chiunque che fuoco, terra, acqua e aria sono corpi: e ogni specie di corpo ha anche profondità. Ed è assolutamente necessario che la profondità includa la natura del piano; e la superficie piana e rettilinea è formata da triangoli. Tutti i triangoli derivano da due triangoli, ciascuno dei quali ha un angolo retto e due acuti: e di questi triangoli l’uno ha, dall’una e dall’altra parte, una parte uguale di angolo retto diviso da lati uguali, l’altro due parti disuguali di angolo retto diviso da lati disuguali. [21] Questo è il principio che noi stabiliamo per il fuoco e per gli altri corpi, procedendo secondo un ragionamento necessario e verosimile: quanto ai princìpi superiori a questi, li conosce il dio e, fra gli uomini, chi a lui è caro. Ora bisogna dire quali sono i quattro bellissimi corpi, fra di loro dissimili, di cui alcuni possono, dissolvendosi, generarsi reciprocamente: se scopriamo questa cosa, abbiamo la verità intorno alla nascita della terra e del fuoco e di tutti gli altri elementi che secondo una proporzione stanno nel mezzo.

Non saremo infatti d’accordo con nessuno che affermi che vi sono corpi visibili più belli di questi, i quali costituiscono ciascuno un genere a se stante. Cercheremo dunque di accordare insieme questi quattro generi di corpi che si distinguono per la loro bellezza, e allora diremo di aver compreso a sufficienza la loro natura. Dei due triangoli l’isoscele ha ottenuto in sorte una sola forma, lo scaleno infinite: e dunque fra queste forme infinite bisogna scegliere la più bella, se vogliamo cominciare in modo conveniente. Se allora qualcuno fosse in grado di dirci, in base alla sua scelta, una più bella ancora per la composizione di questi corpi, quello dunque avrà ragione come amico e non come nemico: lasciando da parte gli altri triangoli, stabiliamo dunque che fra i molti triangoli uno sia il più bello, e cioè quel triangolo che ripetuto forma un terzo triangolo, l’equilatero.

Spiegarne la ragione, sarebbe un discorso troppo lungo: e tuttavia vi è in premio la nostra amicizia per chi rifiuterà questa cosa e dimostrerà che non è così. I due triangoli scelti da cui sono stati realizzati i corpi del fuoco e degli altri elementi siano l’isoscele e quello che ha sempre il quadrato del lato maggiore triplo del quadrato del minore. Ora definiamo meglio quel che prima si è detto in modo oscuro. Infatti ci sembrava che i quattro elementi traessero tutti origine uno dall’altro, ma questa visione non era corretta: in realtà i quattro elementi derivano dai triangoli che abbiamo scelto, e cioè tre si formano da quello che ha i lati disuguali, mentre il quarto è formato esso soltanto dal triangolo isoscele. Non possono dunque dissolversi tutti quanti reciprocamente, in modo che da un grande numero di corpi piccoli nasca un piccolo numero di corpi grandi, e viceversa, ma questo vale soltanto per i primi tre: poiché derivano tutti da un solo triangolo, quando i più grandi si dissolvono, se ne formeranno molti e piccoli, i quali accolgono le figure a loro appropriate, e quando invece numerosi corpi piccoli si dividono nei triangoli, derivando un solo numero di una sola massa, costituiranno un’altra grande specie. Dunque, quanto si è detto sulla loro reciproca generazione sia sufficiente. Quello che si deve qui di seguito spiegare è come si è formata ciascuna specie di essi, e dalla combinazione di quanti numeri. Si comincerà dalla prima specie, che è ordinata nel modo più semplice: elemento di essa è il triangolo che ha l’ipotenusa lunga il doppio del lato minore. Se si accostano due triangoli di questo tipo secondo la diagonale, e per tre volte si ripete l’operazione, e le diagonali e i lati piccoli convergono nello stesso punto, come in un centro, dai sei triangoli nasce un solo triangolo equilatero: e se si compongono insieme quattro triangoli equilateri, formano per ogni tre angoli piani un angolo solido, che segue immediatamente il più ottuso degli angoli piani. Formati questi quattro angoli, abbiamo la prima specie di solidi, [22] che può dividere l’intera sfera in parti uguali e simili. La seconda specie si forma dagli stessi triangoli, riuniti insieme in otto triangoli equilateri, in modo da formare un angolo solido da quattro angoli piani: e quando vi siano sei angoli di questo tipo, il corpo della seconda specie è così compiuto. [23] La terza specie e formata da centoventi triangoli connessi insieme, da dodici angoli solidi, compresi ciascuno da cinque triangoli equilateri piani, e ha per base venti triangoli equilateri. [24] E l’uno dei due elementi, dopo aver generato queste figure, terminò la sua funzione. Il triangolo isoscele generò la natura della quarta specie, che è formata da quattro triangoli isosceli, con gli angoli retti congiunti nel centro, così da formare un tetragono equilatero: sei di questi tetragoni equilateri, accostati insieme, formano otto angoli solidi, ciascuno dei quali è formato dall’armonica combinazione di tre angoli piani retti. La figura del corpo che così è formata è quella cubica, ed ha per base sei tetragoni equilateri piani. [25] Vi era ancora una quinta combinazione, di cui il dio si servì per decorare l’universo. [26] Se qualcuno, riflettendo con attenzione su tutto quello che è stato detto, non riuscisse a decidersi se conviene dire che i mondi sono infiniti oppure limitati, potrebbe effettivamente ritenere che il pensarli di numero illimitato sia proprio di chi conosce in modo limitato ciò che occorre sapere senza limiti; mentre sul fatto che sia più conveniente affermare che esso è uno solo o siano stati veramente generati nel numero di cinque, chi ponesse tale dubbio, a buon diritto dubiterebbe. Noi suggeriamo che, secondo una ragione verosimile, ne sia stato generato uno solo; un altro, in base ad altre considerazioni, può pensarla in un altro modo. Ma lasciamo perdere questa questione, e le specie che ora si sono formate mediante il ragionamento distribuiamole nel fuoco, nella terra, nell’acqua e nell’aria. E alla terra assegnamo la figura cubica: fra le quattro specie, infatti, la terra è quella meno soggetta a movimento, e fra tutti i corpi è la più plasmabile, ed è assolutamente necessario che sia tale quel corpo che ha le basi più salde: fra i triangoli che abbiamo posto in principio, è per natura più salda la base di triangoli a lati uguali che quella di quelli a lati disuguali, e la figura piana, che è formata dall’una e dall’altra specie di triangoli, il tetragono equilatero, sia nelle parti, sia nel tutto, è inevitabilmente più stabile del triangolo equilatero.

Perciò assegnando questa forma alla terra, manteniamo un discorso verosimile, mentre all’acqua assegnamo la forma meno soggetta a movimento fra le altre, al fuoco la più mobile, all’aria quella intermedia: e attribuiamo il corpo più piccolo al fuoco, il più grande all’acqua, quello intermedio all’aria. E ancora il più acuto al fuoco, il secondo per acutezza all’aria, il terzo all’acqua. Fra tutte queste forme, allora, quella che ha il minor numero di basi è inevitabile sia la più soggetta a movimento, essendo fra tutte le altre la più tagliente e la più acuta in ogni sua parte, ed inoltre la più leggera, essendo formata dal minor numero delle medesime parti: e la seconda di queste forme ha tutte queste proprietà in secondo grado, e la terza le possiede in terzo grado. Secondo un ragionamento corretto e verosimile, la figura solida della piramide sia l’elemento e la semenza del fuoco, seconda per generazione diciamo che sia la figura dell’aria, terza quella dell’acqua. Tutte queste figure bisogna concepirle così piccole, che nessuna delle singole parti di ciascuna specie è visibile ai nostri occhi per la sua piccolezza, ma, se molte si riuniscono insieme, è possibile vedere le loro masse: per quanto riguarda le proporzioni relative ai numeri, ai movimenti e a tutte le altre proprietà, il dio, dopo aver realizzato in ogni parte alla perfezione queste cose, finché la natura della necessità si lasciava spontaneamente persuadere, le unì in proporzione ed armonia.

Dopo tutto quello che abbiamo detto riguardo alle diverse specie, la questione starebbe assai verosimilmente in questi termini.

La terra, incontrando il fuoco e disciolta dalla proprietà di quello di essere acuto, vagherebbe o fondendosi nel fuoco stesso, o imbattendosi nella massa dell’aria e dell’acqua, fino a che le sue parti, incontrandosi ed unendosi di nuovo insieme fra loro, diventassero terra: in nessun’altra specie, infatti, essa mai potrebbe trasformarsi. L’acqua, invece, divisa dal fuoco e anche dall’aria, è possibile che si ricomponga in un corpo di fuoco e in due di aria: e le particelle di aria, perdendo la loro unità e dissolvendosi, danno origine a due corpi di fuoco. E viceversa, quando una piccola quantità di fuoco racchiusa in una grande massa di aria, di acqua, e in qualche parte di terra, agitata dal movimento di ciò che la racchiude, e vinta dopo aver fatto opposizione, si spezza, due corpi di fuoco si ricompongono in una sola specie di aria. E se l’aria è dominata e sminuzzata da due elementi interi di aria e un mezzo, si formerà una specie intera di acqua. Ma riflettiamo di nuovo su queste cose in questo modo: quando una delle altre specie, chiusa nel fuoco, è tagliata dall’acutezza dei suoi angoli e dei suoi lati, se si compone nella natura di quello, cessa di essere tagliata. Infatti nessuna specie simile o identica a se stessa è in grado di determinare un mutamento o di subirlo da parte di ciò che è identico e simile: e finché una specie, incontrandosi con un’altra, combatte – essa che è più debole con una più forte -, non smette di disciogliersi. Così quando specie più piccole e poche, contenute in specie più grandi e numerose, si spezzano e si annientano, quelle che vogliono comporsi nella forma dell’elemento che predomina, cessano di annientarsi, e da fuoco diventano aria, da aria diventano acqua. Se alcuni elementi si riuniscono insieme, e un agglomerato formato da altre specie li assalta, questi non cessano di dissolversi, finché o del tutto espulsi o dissolti si rifugiano presso la specie che è loro affine, oppure, una volta vinti, diventano una sola cosa assimilandosi all’elemento vincitore e rimangono ad abitare con lui. Pertanto, in base a queste trasformazioni, gli elementi cambiano tutti di sede: infatti le masse di ciascun elemento si separano e si distribuiscono secondo il loro proprio luogo in virtù del movimento del ricettacolo che li contiene, e ogni volta che diventano dissimili a se stessi e simili ad altri, vengono trasportati, per l’agitazione, verso il luogo di quelle cui si sono assimilati.

Tutti i corpi semplici e primitivi si sono dunque originati per queste ragioni. Per quanto riguarda le diverse specie che sono nate nelle forme di questi corpi, se ne deve ricercare la ragione nella composizione dell’uno e dell’altro elemento, perché in principio non fu generato un solo triangolo che avesse una certa grandezza, ma triangoli più piccoli e più grandi, e tanti di numero quante sono le specie contenute nelle forme originarie. Perciò, mescolandosi con se stessi e fra loro, questi triangoli sono infiniti di varietà: e bisogna che osservino con attenzione tale varietà coloro che si apprestano a parlare della natura con un discorso verosimile.

Riguardo al movimento e alla quiete, se non saremo d’accordo sul modo e sui mezzi con cui si generano, sorgeranno molti ostacoli nel ragionamento che ora segue. Già si è parlato di essi, ma ora bisognerebbe aggiungere queste riflessioni, e cioè che il movimento non può trovarsi là dove ci sia uniformità. è difficile, anzi, impossibile, che vi sia ciò che si muove senza ciò che fa muovere, o ciò che fa muovere senza ciò che si muove: non vi è movimento, se mancano questi due termini, ed è impossibile che essi siano uniformi. Così dobbiamo sempre mettere in relazione la quiete con l’uniformità, e il movimento con la mancanza di uniformità: e la causa della mancanza di uniformità è la disuguaglianza.

A proposito dell’origine della disuguaglianza abbiamo già parlato: quel che non abbiamo ancora detto è come i singoli corpi, dopo che si sono separati secondo le specie, non cessino di muoversi e di passare gli uni negli altri. Dunque adesso lo diremo.

La rotazione periodica dell’universo, dal momento che comprende tutte le specie, essendo circolare e tendendo per natura a convergere su se stessa, abbraccia tutte quante le cose, e non lascia che rimanga alcuno spazio vuoto. Perciò il fuoco si è esteso in modo particolare a tutte le cose, e in secondo luogo l’aria, perché è seconda per quanto riguarda la finezza, e così gli altri elementi: infatti ciò che si genera dalle parti più grandi lascia nella sua composizione un vuoto più grande, mentre ciò che è più piccolo un vuoto più piccolo. Il processo di condensazione costringe allora le parti piccole negli intervalli vuoti delle parti grandi. Trovandosi dunque le parti piccole accanto alle grandi, e le minori separando le maggiori, e le maggiori comprimendo le minori, sono tutte trasportate in tutte le direzioni, ciascuna verso il proprio luogo: mutando infatti ciascuna la grandezza, muta anche la posizione nello spazio. Così e per queste ragioni la mancanza di uniformità che si genera in perpetuo, determina un movimento perenne di questi corpi che è e sarà sempre senza interruzione.

Dopo di ciò bisogna riflettere sul fatto che vi sono molti generi di fuoco, come per esempio la fiamma e ciò che proviene dalla fiamma, e non brucia, ma procura luce agli occhi, e ciò che, una volta che la fiamma si sia spenta, rimane del fuoco nei corpi incandescenti. Allo stesso modo per quanto riguarda l’aria, la parte più luminosa viene chiamata etere, la parte più torbida viene detta nebbia e tenebra, e vi sono altre specie che non hanno nome, generate per la disuguaglianza dei triangoli. E dell’acqua vi sono innanzitutto due specie, una liquida, l’altra che può fondersi. L’una pertanto è liquida perché è composta di particelle d’acqua piccole e disuguali, e si muove da sé e da altri per la diversità e per la caratteristica della sua forma. L’altra invece, che è formata da parti grandi e uguali, è più stabile della prima ed è più pesante, poiché è più compatta per la sua uniformità: ma quando il fuoco entra e la dissolve, essa perde la sua uniformità, e prende sempre più parte dei movimento, e, diventando mobile, è respinta dall’aria vicina, e si distende sulla terra.

Dunque si è definito “fondersi” la disgregazione della sua massa, e “scorrere” il distendersi sulla terra, due parole che indicano questa doppia condizione. Poiché il fuoco esce nuovamente di lì, e poiché non esce nel vuoto, avviene che l’aria vicina, spinta da esso, preme la massa liquida, che si muove ancora con facilità, verso le sedi del fuoco, e la mescola con se stessa: e la massa liquida, così compressa, recuperando nuovamente l’uniformità, poiché è andato via il fuoco che era il responsabile della diversità, si ricompone in una massa identica a se stessa. Raffreddamento fu chiamato il fuoco che se ne va, e congelamento la condensazione che avviene quando esso se n’è andato. Dunque, di tutte queste specie di acque che abbiamo definito “fusibili”, quella che è formata dalle particelle più sottili e più omogenee, ed è la più densa di tutte, specie uniforme, che è associata ad un colore lucente e giallo, ricchezza preziosissima, è l’oro che, filtrando attraverso la pietra, si condensa: e il nodo dell’oro, diventando durissimo per la sua densità, e assumendo un colore nero, viene detto adamante.

Quel genere che per la composizione delle sue parti si avvicina all’oro, ma ha più di una specie, e per densità è più denso dell’oro, e contiene una piccola e sottile particella di terra, sicché è più duro dell’oro, anche se è più leggero per i grandi intervalli che vi sono al suo interno, questo genere di acque lucenti e condensate, quando si unisce, forma il rame: e quella parte di terra unita ad esso, quando i due corpi per il tempo si separano l’uno dall’altro, diventata lucente di per sé, si chiama ruggine. Non sarebbe affatto complesso continuare ancora a trattare gli altri fenomeni simili a questi, seguendo la linea della verosimiglianza. E se qualcuno per desiderio di riposarsi lasciasse da parte i discorsi sulle verità eterne, ed esaminando le ragioni verosimili riguardo al divenire prende un piacere senza rimpianto si potrebbe procurare nella vita un passatempo moderato e intelligente.

Anche noi adesso, abbandonandoci a questo passatempo, continuiamo qui di seguito ad esporre le ragioni verosimili di queste cose nel modo seguente. L’acqua mescolata al fuoco, quella che è sottile e fluida, a causa del suo movimento e del percorso per cui precipita sulla terra si dice liquida, ed inoltre molle, per il fatto che le sue basi, essendo meno stabili di quelle della terra, sono cedevoli. Non appena quest’acqua, dunque, si divide dal fuoco e si separa dall’aria, diviene più omogenea, si contrae in sé per l’uscita del fuoco e dell’aria, e così si condensa: e questa condensa, se si modifica soprattutto al di sopra della terra, si dice grandine, mentre quella che avviene sulla terra ghiaccio; se invece è meno densa e si è condensata solo a metà, nel caso avvenga al di sopra della terra si dice neve, nel caso avvenga sulla terra e si sia formata dalla rugiada, si dice brina. La maggior parte delle specie di acqua, mescolate insieme, e filtrate attraverso le piante della terra, hanno in generale il nome di succhi. Per il fatto che questi succhi erano ciascuno diverso a causa delle mescolanze, diedero origine a molte altre specie senza nome, anche se quattro, che hanno in sé il fuoco e risplendono moltissimo, hanno avuto in sorte un nome: quella che riscalda l’anima insieme al corpo si chiamò vino, quella che è liscia e che divide il fuoco della vista, e per questa ragione è splendida a vedersi, ed appare lucida e nitida, è la specie oleosa, ovvero la pece e l’olio di ricino, e l’olio stesso e tutti gli altri succhi che hanno la stessa proprietà.

Quanto a quel succo che, nei limiti in cui la natura lo consente, dilata gli organi della bocca, procurando dolcezza in virtù di questa proprietà, lo si chiamò in generale miele, mentre quel succo che, bruciando, fa sciogliere la carne, specie spumeggiante separata da tutti gli altri succhi, fu detto caglio.

Quanto alle specie della terra, quella che è filtrata attraverso l’acqua, diviene in questo modo corpo petroso. L’acqua, mescolata con la terra, quando in tale mescolanza si divide in particelle, si trasforma assumendo la forma dell’aria: e divenuta aria, si eleva verso la propria sede naturale. Non essendovi nessun vuoto intorno, essa preme l’aria vicina, la quale, essendo pesante, premuta e diffusa intorno alla massa della terra, la costringe violentemente e la comprime verso le sedi dov’era salita la nuova aria. Compressa dall’aria, la terra che è legata indissolubilmente all’acqua, diviene pietra: più bella quella lucida che è formata da parti uguali e uniformi, più turpe quella contraria. Quando tutta l’umidità viene sottratta dalla rapidità del fuoco e si forma qualcosa di più secco della pietra, nasce quella specie cui noi abbiamo dato il nome di ceramica: talvolta avviene che, rimanendo dell’umidità, la terra, fusa per il fuoco, quando si raffredda, diventa una pietra dal colore nero. E se in questo stesso modo da quella mescolanza viene a mancare una gran quantità di acqua, e le parti della terra sono sottili e salate, si forma un corpo semisolido che a contatto dell’acqua diventa di nuovo solubile, e si ha da un lato il genere del nitro, che serve a pulire le macchie di olio e di terra, e dall’altra quel corpo costituito dai sali che si armonizza benissimo nelle combinazioni del cibo per quel che riguarda il gusto della bocca e che, come dice la legge, è caro agli dèi. Quanto a quei corpi che risultano dalla combinazione di terra e di acqua, i quali non possono essere sciolti dall’acqua, ma dal fuoco, per questa ragione si sono condensati così. Fuoco e aria non fondono delle masse di terra: perché essendo le loro parti generate più piccole degli intervalli della sua composizione, attraversano senza violenza questi intervalli abbastanza larghi, e le lasciano senza scioglierle né fonderle. Poiché invece le parti dell’acqua sono generate più grandi, passano in modo violento, e sciolgono e fondono la massa di terra. Pertanto la terra, se non ha consistenza, viene sciolta dalla sola acqua con la violenza, se invece è compatta non viene sciolta da nient’altro se non dal fuoco: infatti a nessuna cosa se non al fuoco è permesso penetrarvi. E se l’acqua è fortemente condensata, soltanto il fuoco può dissolverla, mentre se lo è debolmente, l’uno e l’altro, e cioè il fuoco e l’aria: l’aria passando attraverso i suoi interstizi, e il fuoco anche attraverso i triangoli. E se l’aria è fortemente condensata, nulla la dissolve a meno che non venga divisa nei suoi stessi elementi, se invece è debolmente condensata, la consuma soltanto il fuoco. Quanto ai corpi composti di terra e di acqua, invece, finché l’acqua occupi gli interstizi della terra comprimendoli violentemente, le parti dell’acqua, giungendo dall’esterno e non trovando un modo per entrare, scorrono intorno alla massa intera e non riescono a fonderla, mentre le parti di fuoco, introducendosi negli interstizi formati dall’acqua, operano sull’acqua come l’acqua sulla terra e il fuoco sull’aria, e rappresentano l’unica causa che il corpo comune, una volta dissolto, scorra. Capita allora che alcuni di questi corpi abbiano meno acqua che terra, e sono tutte le specie di vetri e le specie di pietre che sono definite fusibili, mentre altri, che al contrario hanno più acqua, sono tutti quei corpi che sono condensati in forma di cera ed esalano profumi.

E così si sono press’a poco trattate le varie specie di corpi che si differenziano per figure, per combinazioni, e trasformazioni reciproche: ora bisogna cercare di chiarire per quali ragioni si generano le impressioni prodotte da quei corpi. In primo luogo bisogna che ad ogni cosa che viene detta corrisponda una sensazione. D’altra parte non abbiamo ancora parlato dell’origine della carne, né dì ciò che ad essa si riferisce, e neppure di quel che vi è di mortale nell’anima: e non è possibile parlare in modo adeguato di queste cose, se non si accenna alle impressioni sensibili, né di queste senza quelle, e, del resto, non si può parlare nelle stesso tempo di tutte e due le cose. Prendiamo uno dei due argomenti, e su quello che abbiamo tralasciato torneremo in seguito. Perché si possa parlare delle impressioni immediatamente dopo le specie dei corpi, cominciamo a trattare quelle che riguardano il corpo e l’anima. Prima di tutto vediamo perché diciamo che il fuoco è caldo, tenendo conto della separazione e dell’incisione che esso determina sul nostro corpo.

Quasi tutti infatti ci accorgiamo che l’impressione che esso determina corrisponde a qualcosa di acuto: infatti bisogna tenere in considerazione la sottigliezza degli spigoli, l’acutezza degli angoli, la piccolezza delle sue parti, la rapidità del movimento, tutti fattori per cui, essendo violento e tagliente, taglia sempre acutamente tutto ciò che incontra, e si deve ricordare l’origine della sua figura, perché è soprattutto in virtù di quella e non di un’altra natura che il fuoco può dividere e sminuzzare i nostri corpi in piccole parti, procurando verosimilmente quell’impressione che ora chiamiamo caldo e la rispettiva definizione.

Ed è evidente l’impressione contraria a questa, e tuttavia non si può non parlarne. I liquidi che sono intorno al nostro corpo e che sono formati di parti più grandi, entrando nel corpo, schiacciano quelli formati da parti più piccole, ma non potendo occupare le loro sedi, comprimono ciò che in noi vi è di umido, da eterogeneo e in movimento lo rendono immobile e omogeneo, e comprimendolo, lo coagulano: quel corpo che contro natura deve raccogliersi insieme combatte respingendo se stesso in senso contrario. A questa battaglia e a questa scossa si è dato il nome di tremore e brivido, ed ebbe il nome di freddo il complesso di questa impressione e ciò che la determina. E duro è quel corpo cui la nostra carne cede, molle, invece quello che cede alla nostra carne: e così nelle loro relazioni reciproche. Cede quel corpo che poggia su di una piccola base: ma un corpo che ha basi quadrangolari, essendo assolutamente saldo, rappresenta la specie più salda, poiché venendo ad avere la più grande compattezza è assai resistente. E il pesante e il leggero, se si esaminano ponendoli in relazione con quella che viene chiamata la natura del basso e dell’alto, verranno chiariti nel modo più evidente. Che in natura vi siano due luoghi opposti che dividono in due tutto l’universo, l’uno posto in basso, verso il quale sono trasportati tutti quanti gli oggetti che hanno una massa corporea, l’altro posto in alto, verso il quale ogni oggetto si muove contro il proprio volere, non sarebbe affatto giusto crederlo. Infatti, poiché il cielo è tutto di forma sferica, tutte le parti distano ugualmente dal centro, e bisogna che esse formino tutte allo stesso modo le estremità, e poiché il centro nella stessa misura dista dalle estremità, si deve ritenere che esso si trovi nella posizione opposta a tutte quelle. Se l’universo è stato generato in questo modo, quale delle estremità di cui si è appena parlato si potrebbe chiamare alta o bassa, senza sembrare di dare loro correttamente un nome che non è per nulla adatto? Infatti il luogo che in esso occupa il centro non si può affermare correttamente che sia generato né in basso né in alto, ma esso si trova proprio nel centro. E la circonferenza non è il centro, e non ha alcuna parte che sia in altro rapporto con il centro, se non come parte opposta. Se dunque l’universo è generato ovunque alla stesso modo, potrebbe ritenere di parlare bene quel tale che attribuisse ad esso nomi contrari? Se nel centro dell’universo vi fosse un corpo solido in equilibrio, non sarebbe attratto verso nessuna delle estremità proprio a causa della loro equidistanza: ma se qualcuno si muovesse in giro intorno ad esso, spesso fermandosi ora in un punto, ora nel punto opposto, chiamerebbe lo stesso punto basso e alto. Poiché allora quest’universo, come ora si è detto, ha forma sferica, non è ragionevole affermare che possiede un luogo posto in basso e uno in alto. Donde provengano questi nomi, e in quali casi siamo abituati ad usarli, dividendo così con essi anche il cielo intero, queste sono questioni sulle quali dobbiamo accordarci, dopo aver stabilito queste ipotesi. Se qualcuno salisse in quel luogo dell’universo dove la natura del fuoco ha ricevuto in sorte la sua sede, e dove esso è raccolto in massima quantità, e verso cui si muove ogni altro fuoco, e se avesse la forza di prendere parti di fuoco, e le pesasse ponendole sulla bilancia, e sollevando il braccio della bilancia trascinasse con la forza il fuoco verso l’aria che gli è dissimile, è chiaro che una parte minore di fuoco sarebbe più facilmente oggetto di violenza che una parte maggiore: quando infatti due oggetti sono contemporaneamente sollevati in alto da una sola forza, è inevitabile che l’oggetto più piccolo ceda maggiormente alla forza, mentre quello più grande di meno, e si chiamerà pesante quello più grande e che tende a muoversi verso il basso, leggero quello più piccolo che tende a salire verso l’alto. Dobbiamo allora osservare che noi facciamo la stessa cosa in questo nostro luogo. Stando infatti sulla terra, e separando sostanze di natura terrosa, e talvolta la stessa terra, noi lanciamo queste sostanze in quell’aria che è dissimile, a forza e contro natura, poiché entrambe aderiscono all’elemento affine: la sostanza più piccola cede più facilmente della più grande alla violenza, e giunge prima verso ciò che le è dissimile. Diciamo pertanto che quella sostanza è leggera, e chiamiamo alto il luogo verso il quale a forza la lanciamo, mentre nel caso opposto a questo diciamo pesante la sostanza, e basso il luogo. è necessario allora che queste cose siano in rapporti differenti fra loro, in quanto la maggioranza degli elementi occupa luoghi diversi e fra di loro opposti: se si mette infatti a confronto un elemento che in un luogo è leggero con un altro elemento leggero che è nel luogo opposto, e così un elemento pesante con un altro pesante, e un elemento che è in basso con un altro elemento in basso, e un elemento che è in alto con un altro in alto, si troverà che sono tutti opposti, obliqui e assolutamente differenti fra loro. L’unica cosa che si può pensare riguardo a tutti questi corpi è che la direzione di ciascuno di essi verso ciò che gli è affine fa dire pesante il corpo che si muove, e basso il luogo verso cui quel tale corpo si muove, e nomi diversi hanno i corpi e i luoghi posti diversamente. Queste, dunque, sono le ragioni di questi fenomeni. Per quanto riguarda invece l’origine delle impressioni di liscio e ruvido, ognuno può osservarla da solo e spiegarla ad altri: durezza mescolata a mancanza di uniformità determina un’impressione, mentre uniformità mescolata con densità determina l’altra.

Ci resta da spiegare la cosa più importante che riguarda le impressioni comuni a tutto il corpo, vale a dire la causa dei piaceri e dei dolori messa in relazione alle impressioni che abbiamo già passato in rassegna, e a quelle che, procurando sensazioni nelle parti del corpo, si accompagnano a dolori e a piaceri. Cerchiamo così di comprendere le ragioni di ogni impressione sensibile e insensibile, ricordando che abbiamo in precedenza diviso la natura che si muove facilmente da quella che si muove con difficoltà: solo così possiamo indagare tutto quanto abbiamo intenzione di cogliere. Quando un oggetto, secondo la sua natura, si muove facilmente, e un’impressione anche piccola lo colpisce, le sue parti la trasmettono in giro le une alle altre, rappresentandola fedelmente, finché comunicano all’intelligenza la proprietà di ciò che ha agito: quell’oggetto che al contrario è stabile e non si muove affatto in giro, subisce soltanto, e non muove nessuna delle cose vicine, sicché le sue parti non trasmettono le une alle altre la prima impressione, e questa rimane immobile in esse per tutto il corpo, e rende insensibile colui che subisce. Questo avviene per le ossa, i capelli, e tutte le altre particelle che abbiamo in noi e che sono costituite in buona misura di terra: quello che si è detto in precedenza si riferisce invece alla vista e all’udito, perché in essi vi è una grandissima forza di fuoco e di aria.

Circa il piacere e il dolore, dobbiamo fare queste considerazioni: l’impressione contro natura e violenta che d’un tratto si determina in noi è dolorosa, quella invece che sempre d’un tratto ritorna nella sua natura è piacevole; un’impressione che pian piano e a poco a poco si produce non è sensibile, mentre al contrario lo sono quelle che si presentano in modo opposto. Ogni impressione che si determina con facilità è sensibile al massimo grado, e non prende parte né di dolore, né di piacere, come le impressioni che riguardano la vista stessa, che – si è detto prima -, durante il giorno danno luogo ad un corpo che è connaturato con il nostro. Infatti, né tagli né bruciature né alcun altro stimolo procurano ad essa dolore, ma neppure piacere, quando ritorna nuovamente alla forma primitiva: le sensazioni sono invece assai intense e chiarissime, a seconda delle impressioni che essa subisce e di ciò con cui viene a contatto quando getta il suo sguardo.

Non c’è infatti per nulla violenza né nel suo dilatarsi, né nel suo contrarsi. Invece i corpi formati da parti più grandi, cedendo con difficoltà a ciò che agisce su di loro, e trasmettendo i movimenti all’intero corpo, hanno piaceri e dolori: dolori, quando si alterano, piaceri, quando ritornano nuovamente in se stessi.

Tutti i corpi che poco a poco secernono e subiscono evacuazioni, e d’un tratto sì riempiono abbondantemente, essendo insensibili durante le evacuazioni, ma sensibili quando si riempiono, non procurano dolore alla parte mortale dell’anima, ma piaceri intensissimi: e ciò diviene assai evidente nei buoni odori. Tutti i corpi, invece, che improvvisamente si alterano, tornando gradualmente e a stento nella loro natura, procurano in noi ogni sorta di impressioni contrarie alle precedenti: e ciò si manifesta con chiarezza a proposito delle bruciature e dei tagli del corpo.

E dunque riguardo alle impressioni comuni a tutto il corpo, e ai nomi da assegnare agli agenti che ne sono responsabili, abbiamo parlato abbastanza: ora dobbiamo parlare, per quanto è possibile, delle impressioni che si producono nelle singole parti del nostro corpo, e delle cause che le determinano. Innanzitutto dobbiamo mostrare, per quanto è possibile, quelle impressioni specifiche che riguardano la lingua, e che, quando prima abbiamo parlato dei succhi, abbiamo tralasciato. Risulta che anche queste impressioni, come avviene già per le altre, avvengano a causa di certe contrazioni e dilatazioni, e che inoltre, più delle altre, abbiano a che fare con la ruvidezza e con la levigatezza. Quando particelle di terra penetrano nelle venette, che come messaggere della lingua si estendono fino al cuore, e si incontrano con le parti umide e molli della carne, dissolvendosi contraggono e disseccano queste piccole vene, e così le più ruvide sembrano aspre, quelle meno ruvide, acerbe. E fra queste quelle che devono purificare e lavare tutta la superficie della lingua, se agiscono oltre il dovuto, e intaccano la lingua in modo da fondere una parte della sua sostanza, come avviene per la proprietà del nitro, allora esse si chiamano tutte amare: quelle invece che hanno in misura minore la proprietà del nitro, e sono moderatamente usate per detergere, ci sembrano salate, senza essere troppo amare, e ci sono più gradite. Quelle che prendono parte del calore della bocca e da essa vengono levigate, si infiammano e bruciano a loro volta ciò che le aveva riscaldate, e vengono trasportate in alto dalla leggerezza verso i sensi della testa, e tagliano tutto ciò che incontrano: ebbene, tutte queste, in base a queste proprietà, vengono chiamate “piccanti”. Talvolta queste particelle sono attenuate dalla putrefazione, penetrando in quelle vene strette e trovandovì parti di terra e di aria in una proporzione tale che le agitano e fanno in modo che si mescolino fra loro: e mescolandosi, queste particelle si incontrano, e penetrando le une nelle altre, formano altre cavità che si distendono intorno a quelle che entrano nelle vene. Allora si distende intorno all’aria un’umidità che forma una superficie concava, ora piena di terra, ora pura, e si formano vasi liquidi d’aria, e gocce d’acqua cave e rotonde, e le une, trasparenti e circondate di pura umidità, si chiamano con il nome di bolle, le altre, formate dall’umidità terrosa che è agitata e sollevata nello stesso tempo, sono chiamate con il nome di ebollizione o fermentazione. La causa di tutti questi fenomeni si chiama acido. Il fenomeno opposto a tutti quelli di cui si è detto muove da una ragione contraria: quando la composizione delle particelle liquide che entrano nel corpo è affine alla caratteristica della lingua, e spalmandola ne leviga le asperità, e rilascia o costringe ciò che era stato contratto contro natura o era stato diffuso, riportando tutto, per quanto è possibile, nel suo stato naturale, ogni rimedio di questo tipo delle impressioni violente, piacevole e gradito ad ognuno, si dice dolce.

E queste cose stanno in questi termini: per quanto riguarda poi la proprietà delle narici, non vi sono specie determinate. Tutto il genere degli odori è un genere incompiuto, e a nessun elemento avviene di essere così proporzionato da avere un odore: ma le vene che hanno questa funzione sono troppo strette per gli elementi della terra e dell’acqua, e d’altra parte troppo larghe per quelle del fuoco e dell’aria; e perciò nessuno ha mai sentito l’odore di nessuno di questi elementi, mentre gli odori nascono quando qualcosa si bagna, si imputridisce, fonde, o evapora.

Quando infatti l’acqua si trasforma in aria, e l’aria in acqua, in questo stato intermedio degli elementi si formano gli odori, ed essi sono tutti fumo o nebbia: e fra questi, quello che da aria si trasforma in acqua è nebbia, mentre quello che da acqua si trasforma in aria è fumo. Di qui si capisce che tutti gli odori sono più sottili dell’acqua e più densi dell’aria.

Ciò si manifesta con chiarezza quando un tale, essendo impedito nella respirazione, caccia con forza l’aria dentro di sé: allora nessun odore viene filtrato insieme, ma l’aria soltanto penetra, priva di odori.

Dunque le loro varietà non hanno nome, poiché non derivano da specie né semplici, né complesse, ma in due modi si possono indicare, che sono gli unici che emergono con evidenza: e cioè gradevole e sgradevole, dal momento che uno irrita e usa violenza su tutta la cavità che che sta in noi fra la sommità del capo e l’ombelico, l’altro riesce a sedarla e piacevolmente la riporta di nuovo al suo stato naturale.

Esaminando una terza parte che è in noi e che è preposta a ricevere sensazioni – mi riferisco all’udito -, dobbiamo dire per quali ragioni si determinano le impressioni che lo riguardano.

Stabiliamo allora in sintesi che il suono è quell’urto che viene trasmesso attraverso le orecchie, mediante l’aria, e il cervello, e il sangue, fino all’anima, e che il movimento ricevuto da quest’urto, che comincia dalla testa e termina dove il fegato ha la sua sede, è l’udito: se il movimento è veloce il suono è acuto, se è più lento il suono è più grave, se il movimento è uniforme il suono è omogeneo e dolce, se è tutto il contrario il suono è aspro; se il movimento è grande il suono è forte, in caso contrario è debole.

Quanto poi si riferisce all’accordo dei suoni, sarà necessario parlarne in seguito.

Ci rimane ancora un quarto genere di sensazioni che bisogna definire, poiché include in sé moltissime varietà che abbiamo tutte chiamato colori: essi sono una fiamma che scaturisce da ciascun corpo e che possiede delle particelle così ben proporzionate alla vista da determinare la sensazione. Si è già parlato in precedenza delle cause e dell’origine della vista: ora sarebbe assai conveniente affrontare la trattazione riguardante i colori con un criterio che sia appropriato. Le particelle che si staccano dai corpi e si incontrano con la vista possono essere più piccole, o più grandi, o uguali rispetto alle particelle della vista stessa: quelle uguali non producono sensazione, e per questa ragione noi le chiamiamo trasparenti, ma quelle più grandi o quelle più piccole, avendo le une la proprietà dì contrarre la vista e le altre quella di dilatarla, determinano un effetto simile a quello prodotto dal caldo e dal freddo sulla carne, e da ciò che è aspro sulla lingua, e da tutte quelle sostanze che producono calore e abbiamo chiamato piccanti. Si tratta allora del bianco e del nero che determinano le stesse impressioni di quelle sostanze, ma in un altro genere, ed è per queste ragioni che appaiono differenti. Si devono quindi chiamare in questo modo: bianco ciò che dilata la vista, e nero il suo contrario.

Quando poi un impeto più rapido, scaturito da un fuoco di genere diverso, colpisce e dilata la vista sino agli occhi, impedendone a forza i passaggi e dissolvendoli, così da far versare fuori quella mescolanza di fuoco e di acqua che chiamiamo lacrime, e quest’impeto è esso stesso un fuoco che muove dalla parte opposta rispetto al fuoco della vista; e quando di questi due fuochi quello interno balza fuori come da folgore, ed entra dentro invece quello esterno, spegnendosi nell’umidità dell’occhio, da questa confusione derivano colori di ogni specie, e chiamiamo questa impressione con il nome di bagliori, mentre a ciò che la produce diamo il nome di luminoso e fulgido. Vi è un genere di fuoco intermedio fra questi, che giunge sino all’umore degli occhi e si mescola con esso, ma non è fulgido: al raggio del fuoco che si mescola con quest’umore procurando un colore sanguigno diamo il nome di rosso. Il colore chiaro, mescolato con il rosso e con il bianco, diviene giallo: se si volesse dire in quale misura essi sono mescolati, anche se lo si sapesse, non avrebbe senso, perché non si potrebbe indicare con esattezza la ragione necessaria o verosimile di tali mescolanze. Il rosso, mischiato al nero e al bianco forma il color porpora: ma diviene rosso cupo, se a questi colori mischiati e bruciati si aggiunge una quantità maggiore di nero. Il rosso fulvo nasce dalla mescolanza di giallo e di grigio, il grigio dalla mescolanza di bianco e di nero, il giallo ocra dal bianco mescolato col giallo. Il bianco, unito ad un colore chiaro e combinandosi con un nero carico, forma l’azzurro, e l’azzurro, mescolandosi al bianco, dà luogo al celeste, e infine il rosso fulvo mescolato al nero forma il verde. Quanto agli altri colori che derivano da queste combinazioni, è abbastanza evidente capire a quali mescolanze si assimilano, mantenendo la verosimiglianza del discorso. E se qualcuno volesse ricercare la prova di queste cose in ambito pratico, non riconoscerebbe la differenza che passa fra la natura umana e quella divina, poiché soltanto il dio sa e nello stesso tempo è capace di unire molti elementi in uno solo e di nuovo di scioglierlì dall’uno nei molti, mentre nessuno fra gli uomini non è ora in grado, né lo sara in avvenire, di compiere nessuna delle due cose.

Tutti questi elementi, che allora erano stati in questo modo generati secondo una legge necessaria, l’artefice di ciò che è più bello e ottimo li accolse fra le cose che hanno una nascita, quando generò il dio che basta a se stesso ed è assolutamente perfetto, e da un lato si servì di essi come di cause accessorie per queste cose, procurando dall’altro il bene in tutte le cose che erano generate. Perciò bisogna distinguere due specie di cause, quella necessaria e quella divina, e quella divina dev’essere ricercata in tutte le cose, se vogliamo procurarci una vita felice, per quanto la nostra natura lo consente, e quella necessaria, invece, bisogna ricercarla al fine di ottenere quella divina, tenendo conto che senza quella necessaria non si può da sola comprendere questa divina cui mirano i nostri sforzi, né si può afferrarla, e neppure in altro modo prenderne parte.

E ora che, come legname dinanzi ai falegnami stanno dinanzi a noi le due specie di cause, che sono il materiale con cui dobbiamo comporre insieme quel che resta del discorso, ritorniamo di nuovo brevemente al principio, e andiamo velocemente a quel punto da cui siamo partiti per arrivare fin qui, cercando così di assegnare al racconto una fine e una conclusione che si adatti con quanto in precedenza si è detto. Come dunque anche all’inizio si è affermato, essendo queste cose in disordine, il dio ingenerò in ciascuna di esse, sia in rapporto a se stesse, sia in rapporto con le altre, una giusta proporzione che le rendesse, per quanto e come era possibile, simmetriche e proporzionate. Allora, infatti, nulla prendeva parte di quest’ordine, se non a caso, e non vi era alcun elemento degno di essere chiamato con i nomi che vengono assegnati ora, come “fuoco”, “acqua”, o qualsiasi altro nome: ma dapprima il dio diede ordine a tutte queste cose, e in seguito da queste cose formò quest’universo, unico essere vivente che contiene in sé tutti gli esseri viventi mortali e immortali.

E dei divini esseri viventi fu lui stesso l’artefice, mentre comandò ai suoi figli di plasmare la generazione dei mortali.

E quelli imitandolo, avendo ricevuto il principio immortale dell’anima, posero quindi intorno ad essa un corpo mortale, e tutto questo corpo glielo diedero come un carro, ed aggiunsero in esso un’altra specie di anima che fosse mortale, che ha in sé passioni funeste e irresistibili: prima di tutto il piacere, che è la più grande esca del male, in secondo luogo i dolori, che fanno fuggire i beni, e ancora l’audacia e la paura, stolti consiglieri, e la collera, che è difficile da placare, e infine la speranza, che facilmente si lascia ingannare. Mescolando allora queste cose con la sensazione irrazionale e l’amore che mette mano a qualsiasi impresa, composero secondo la legge della necessità il genere mortale. Per queste ragioni, temendo di contaminare il principio divino più di quanto l’assoluta necessità richiedeva, separandolo da esso, stabilirono il principio mortale in un’altra sede del corpo, e fabbricarono come un istmo, o un confine, fra la testa e il petto, ponendo in mezzo il collo, perché fossero separati. Nel petto, dunque, e in quello che viene chiamato torace, levarono la specie mortale dell’anima. E poiché una parte di quest’anima era stata generata migliore e un’altra peggiore, divisero la cavità del torace, separandola come si fa per le stanze delle donne e degli uomini, e vi posero in mezzo come chiusura il diaframma. Quella parte dell’anima che partecipa del coraggio e dell’ira, essendo bellicosa, la collocarono più vicino alla testa, fra il diaframma e il collo, perché ubbidisse alla ragione e, in comune accordo con essa, frenasse con la forza gli appetiti, nel caso in cui questi non volessero affatto ubbidire di buon grado all’intimazione e alle parole dell’acropoli. E il cuore, nodo delle vene e fonte del sangue che circola impetuosamente attraverso tutte le membra, lo collocarono nel posto di guardia perché, quando la forza dell’anima irascibile ribollisse, avvertita dalla ragione che qualcosa di ingiusto viene compiuto nel corpo, all’esterno, oppure anche dagli appetiti interni, subito, attraverso tutti gli stretti canali, tutte le parti sensibili del corpo, capaci di ascoltare le intimazioni e le minacce, diventassero ubbidienti alla ragione e la seguissero, e così lasciassero che su tutte dominasse la parte migliore. Al palpitare del cuore nell’attesa dei pericoli e all’impulso dell’ira, riconoscendo che tutto questo gonfiarsi di coloro che si adirano avviene a causa del fuoco, i figli del dio, preparando il soccorso, piantarono nel petto la figura del polmone, che in primo luogo è molle ed esangue, e poi, come una spugna, è perforata di pori, perché, ricevendo il fiato e la bevanda, potesse rinfrescare il cuore e gli procurasse il respiro e il sollievo in quella vampa di calore. Per questo motivo scavarono nel polmone i canali della trachea, e sistemarono lo stesso polmone intorno al cuore come un cuscino, perché, quando nel cuore l’ira raggiungesse il suo culmine, balzando contro un oggetto cedevole e rianimandosi, affaticandosi di meno potesse obbedire di più, insieme all’anima irascibile, alla ragione.

Quella parte dell’anima che è desiderosa di cibi e bevande e di tutte le esigenze di cui ha bisogno la natura del corpo, i figli del dio collocarono nello spazio intermedio tra il diaframma e il confine dell’ombelico, avendo fabbricato in tutto quel luogo una sorta di mangiatoia adibita al nutrimento del corpo. E lì la legarono, come fosse una bestia selvaggia, ma che bisognava nutrire, essendo legata a noi, se mai doveva esistere il genere mortale. Perché essa, nutrendosi sempre alla mangiatoia e abitando il più lontano possibile dall’anima deliberante, procurasse il meno che potesse scompiglio e fragore, e lasciasse che la parte migliore decidesse con tranquillità ciò che è vantaggioso per tutte le parti del corpo, prese insieme e singolarmente, per queste ragioni, dunque, le assegnarono la posizione in quel luogo.

E i figli degli dèi sapevano che essa non avrebbe mai inteso la ragione, e che se anche avesse preso parte di qualche sensazione, non sarebbe mai rientrato nella sua natura l’esigenza di ricercarne le cause, ma che, anzi, sarebbe stata sedotta di notte e di giorno da simulacri e fantasmi: allora il dio, per ovviare a questo inconveniente, realizzò la figura del fegato, e la collocò nella sede di quella parte dell’anima, e fece quest’organo spesso, liscio, lucido, dolce, e dotato di amarezza, in modo che la potenza dei pensieri che proviene dalla mente si riflette in esso come in uno specchio che, ricevendo le figure, faccia vedere le immagini.

E l’intelletto atterrisce il fegato quando, servendosi della parte di amarezza che in quello è connaturata e assaltandolo duramente e minacciosamente, mescola quell’amarezza subito per tutto il fegato e mostra i colori della bile, e costringendolo lo rende tutto rugoso e ruvido, e ora piegando e contraendo il lobo, i serbatoi, e le porte, ora chiudendolì e contraendoli, produce dolori e nausee. Quando invece un’ispirazione di dolcezza proveniente dalla mente rappresenta immagini contrarie, e concede una tregua alla parte amara, in modo che non muova e non venga in contatto con la natura a sé opposta, usando la dolcezza innata in lui e rendendo tutte le sue parti diritte, lisce e libere, allora rende mite e serena la parte dell’anima che ha la sede presso il fegato, e nella notte le dà la tranquillità, in modo che durante il sonno coltivi la divinazione, dal momento che non prende parte né della ragione, né dell’intelligenza. Coloro che ci formarono si ricordarono infatti dell’ordine del padre, quando egli li incaricò di dar vita alla stirpe mortale che fosse la migliore possibile: e così, correggendo anche la parte malvagia di noi, perché in qualche modo si potesse venire a contatto con la verità, essi vi posero la divinazione. Ed è sufficiente questa prova per dimostrare che il dio concesse la divinazione per correggere la stoltezza umana: nessuno infatti che sia assennato possiede un’ispirazione profetica e veritiera, se non quando la facoltà intellettiva è messa in catene dal sonno, o è alterata da una malattia, o da una divina frenesia. è proprio invece dell’uomo assennato ricordare e considerare ciò che è stato detto in sogno o da svegli dalla natura divinatrice ed ispirata, e distinguere con un criterio ragionevole tutte quante sono le immagini che ha visto, per capire come e a chi indichino un male o un bene futuro, o passato, o presente. Non è infatti compito di chi è preda di questa pazzia e si trova ancora in questo stadio giudicare ciò che gli è apparso e le parole che ha pronunciato, ma come si dice bene e fin dall’antichità, il compiere e il conoscere le proprie cose e se stessi è proprio soltanto dell’uomo assennato. Di qui deriva la consuetudine per cui si stabiliscono i profeti come interpreti per le predizioni divine: alcuni li chiamano indovini, ignorando del tutto che questi sono interpreti delle parole e delle visioni enigmatiche, e non indovini, e che sarebbe assai più giusto chiamarli interpreti delle cose vaticinate.

Per queste ragioni, allora, è stata generata in questo modo la natura del fegato, ed è stata posta nel luogo in cui abbiamo detto, appunto per la divinazione. Inoltre tale organo presenta i segni più evidenti quando si trova in ciascun vivente, mentre quando è privato della vita, diviene cieco e le sue profezie sono troppo oscure per indicare qualcosa di chiaro. Per quanto riguarda quella viscera che fu formata vicino al fegato, essa fu collocata a sinistra per quell’organo appunto, e cioè per mantenerlo sempre lucido e puro, come una spugna preparata e posta sempre pronta vicino ad uno specchio. Perciò, quando intorno al fegato si formano delle impurità causate dalle malattie del corpo, la porosità della milza le purifica tutte ricevendole in sé, essendo formata da un tessuto cavo ed esangue: di conseguenza, quando si riempie di impurità, si ingrossa e diviene purulenta, e di nuovo, quando il corpo si purifica, si riduce di dimensione, e ritorna al suo stato originario. Per quanto riguarda la trattazione sull’anima, su quanto essa abbia di mortale e quanto abbia di divino, e come e con quali altri elementi sia in relazione, e per quali ragioni sia stata collocata in sedi separate, saremmo sicuri di affermare la verità, come si è detto, soltanto nel caso in cui il dio convenisse con noi: ma di aver però sostenuto delle affermazioni verosimili, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, tanto ora come dopo una riflessione più approfondita, e allora diciamolo. Riflettiamo allora allo stesso modo intorno alle cose che seguono, e cioè su come sia stato generato il resto del corpo. Dunque il ragionamento più opportuno di tutti per spiegare la sua composizione è il seguente.

Coloro che formarono il nostro genere conoscevano quella che sarebbe stata la nostra intemperanza riguardo al bere e al mangiare, e sapevano che, a causa della voracità, avremmo superato di gran lunga la misura e la convenienza.

Perché allora non avvenisse a causa di malattie una rapida distruzione e il genere mortale non perisse subito prima ancora di essere compiuto, gli dèi, prevedendo questo, per le bevande e il cibo che sarebbero stati superflui posero un ricettacolo che chiamarono basso ventre e vi arrotolarono tutt’intorno l’intestino, in modo che il cibo, passando rapidamente, non costringesse il corpo a richiedere freneticamente altro cibo, e, procurando desiderio insaziabile, non rendesse per la golosità tutto il genere privo della filosofia e dell’arte, e disobbediente alla parte più divina che è in noi.

Per quanto riguarda le ossa, le carni, e tutto ciò che ha simie natura, le cose andarono in questo modo. L’origine di tutte queste parti fu rappresentato dalla generazione del midollo. Infatti i legami della vita, per i quali l’anima è unita al corpo, congiungendosi insieme nel midollo, mettevano le radici del genere mortale: ma il midollo stesso fu generato da altri elementi. Fra i triangoli, allora, il dio scelse quelli primitivi, che erano regolari, lisci, e i più adatti a fornire, grazie all’esattezza della loro figura, il fuoco e l’acqua, l’aria e la terra, e dopo aver separato ciascuno di essi dal proprio genere, li mescolò insieme secondo la giusta proporzione, e preparando il seme comune a tutto il genere mortale, formò da essi il midollo.

Dopo di ciò, piantò e legò in esso le varie specie delle diverse anime, e subito in principio sin dalla prima distribuzione divise il midollo stesso in tali e tante figure, quante e quali avrebbe dovuto possederne ciascuna specie. E a quella parte del midollo che, come un campo, avrebbe ricevuto in sé il seme divino, dopo averla plasmata in ogni sua parte rotonda, diede il nome di encefalo, perché, quando ogni essere vivente sarebbe stato formato, l’involucro che lo avrebbe contenuto sarebbe appunto stato il cefalo. Quanto invece a quella sezione di midollo che doveva contenere la parte rimanente e mortale dell’anima, la divise in forme rotonde e allungate, e a tutte diede il nome di midollo: e il dio, gettando da esse come da àncore i legami di tutta l’anima, ha formato intorno al midollo tutto il nostro corpo, non prima di aver realizzato intorno a tutto quanto il midollo una protezione ossea. E la formazione delle ossa avvenne in questo modo. Dopo aver passato al vaglio della terra pura e liscia, la impastò e la bagnò con il midollo, e, dopo di ciò, la mise nel fuoco e la immerse nell’acqua, e quindi di nuovo nel fuoco, e poi ancora nell’acqua: trasferendola così più volte dall’uno all’altra, la rese dunque insolubile da parte di entrambi. Utilizzando così più volte questo impasto, il dio arrotondò intorno al cervello una sfera ossea, e vi lasciò una stretta uscita: e intorno al midollo cervicale e dorsale plasmò con lo stesso impasto le vertebre, e come fossero perni le sistemò una sotto l’altra, partendo dalla testa, lungo tutto il corpo. E così proteggendo tutto il seme, lo chiuse in un involucro di pietra, e lo fornì di articolazioni, servendosi dell’altro come potenza intermediaria fra esse, per il movimento e la flessione.

Considerando però che le ossa erano per natura più secche e più rigide del necessario, e che se si fossero scaldate e poi di nuovo raffreddate si sarebbero cariate e rapidamente si sarebbe distrutto il seme conservato dentro di loro, per queste ragioni e in questo modo realizzò il genere dei nervi e della carne: i nervi, perché legando insieme tutte le membra, con il loro tendersi e rilasciarsi intorno alle vertebre procurassero al corpo la possibilità di curvarsi e di distendersi; la carne perché costituisse un riparo contro il caldo e il freddo, e inoltre anche dalle cadute, come se fosse un vestito imbottito di lana, cedendo in modo morbido e dolce ai corpi. La carne ha dentro di sé un liquido caldo che d’estate traspira in sudore e rende umido tutto il corpo, procurandogli una temperatura fresca e naturale, mentre durante l’inverno, grazie a questo fuoco, si difende adeguatamente dal freddo che l’assale all’esterno e la circonda. Riflettendo su queste cose, chi ci ha plasmati, dopo aver mescolato e unito insieme l’acqua, il fuoco e la terra, aggiungendo ad essi un lievito che aveva formato con acido e sale, compose la carne succosa e molle. Dalla mescolanza di ossa e carne non lievitata formò la natura dei nervi la quale possiede delle proprietà che sono intermedie rispetto alle sue due componenti, e le diede il colore giallo: perciò i nervi hanno la proprietà di essere più tesi e più tenaci della carne, ma più molli e più teneri delle ossa. Racchiudendo con i nervi e la carne le ossa e il midollo, legò insieme gli uni agli altri con i nervi, e dopo di ciò ricoperse tutto con la carne.

Rivestì dunque quelle ossa che erano più animate con pochissima carne, mentre quelle che dentro erano meno animate con molta carne e assai soda; e così nelle giunture delle ossa, dove logicamente la presenza della carne non si mostrasse necessaria, ve ne fece nascere poca, per non rendere pesanti i corpi che si sarebbero altrimenti mossi con difficoltà, ostacolandone le flessioni, e neppure volle che crescessero molte carni e assai pingui e compresse fra loro, perché quella solidità eccessiva non facesse il corpo insensibile, rendendo le capacità intellettive più inette a ricordare e più ottuse. Perciò le cosce e i femori, e le parti intorno alle anche, e le ossa del braccio e dell’avambraccio, e tutte le ossa inarticolate e quelle interne che per mancanza di anima nel midollo sono vuote di intelligenza, tutte queste membra sono state riempite di carne: quelle invece che avevano l’intelligenza, furono ricoperte con minor carne, eccezion fatta per qualche organo che il dio ha composto di sola carne ai fini della sensazione, come è avvenuto per la lingua. Tuttavia per la maggior parte delle ossa le cose stanno in quel modo che si è detto.

Un essere che necessariamente si generi e si sviluppi non ammette affatto ossa dure e molta carne, e insieme ad esse una spiccata sensibilità. In effetti, se queste sostanze si fossero combinate insieme, sarebbe stata la struttura della testa che più di tutte le altre parti le avrebbe avute, e la stirpe degli uomini, possedendo sopra di sé una testa carnosa, piena di nervi e forte, si sarebbe procurata una vita doppia, e molte volte più lunga, più sana e immune da dolori rispetto a quella di adesso. Ora considerando gli artefici della nostra generazione se si dovesse realizzare una stirpe che vivesse più a lungo e che fosse peggiore o una che vivesse meno a lungo ma fosse migliore, ritennero di dover assolutamente scegliere in ogni caso una vita più breve ma migliore rispetto ad una vita più lunga e peggiore: perciò ricoprirono la testa con un osso molle, e non di carne e di nervi, poiché essa non possiede articolazioni. E così per tutte queste ragioni al corpo di ogni uomo è stata aggiunta una testa che riceve più facilmente le sensazioni e che è più dotata di senno, ma che è assai più debole del resto del corpo. E allora per questi motivi il dio, dopo aver aver collocato i nervi tutt’intorno all’estremità della testa, li legò nello stesso modo intorno al collo, e con essi collegò sotto la faccia le estremità delle mascelle: quanto agli altri nervi, li distribuì lungo tutte le membra, collegando articolazione ad articolazione. Quanto alla struttura della nostra bocca, i nostri ordinatori, in vista della necessità e dell’ottimo bene, la ordinarono con denti, lingua, e labbra, così come ora è ordinata: e, appunto, in vista della necessità realizzarono l’entrata, mentre l’uscita in vista dell’ottimo bene. Infatti tutto ciò che entra e apporta nutrimento al corpo è necessario, mentre il fiume di parole che scaturisce fuori ed obbedisce all’intelligenza è il più bello e il più nobile fra tutti i fiumi. In sostanza non si poteva lasciare la testa nuda e soltanto ricoperta di ossa per gli eccessi delle stagioni, ma neppure permettere che tutta coperta diventasse stupida ed insensibile a causa della massa di carne: non essendosi ancora disseccata la sostanza carnosa, si separò l’involucro più grosso che stava intorno, quello che ora noi chiamiamo pelle. E la pelle, a causa dell’umidità che vi era intorno al cervello, condensandosi in se stessa e sviluppandosi tutt’intorno, avvolse la testa: e l’umidità, che traspirava sotto le suture, la irrigò, e la chiuse sopra il capo, come se stringesse un nodo. Le svariate specie di suture dipendono dalla potenza dei moti periodici dell’anima e della nutrizione: quanto più queste forze sono in lotta fra loro, tanto più esse sono numerose, quanto meno sono in lotta, meno numerose esse saranno. La divinità allora punse tutt’intorno con il fuoco tutta questa pelle, e, dopo averla forata, l’umore usciva fuori: e mentre la parte liquida e calda di quest’umore, che era allo stato puro, se ne andò via, quella parte che era mescolata con quegli stessi elementi che formavano la pelle, sollevata in alto dal suo movimento, si estese per lungo al di fuori, essendo sottile come i fori che erano stati praticati, ma a causa della lentezza fu respinta di nuovo dentro dall’aria che circolava all’esterno e, raccoltasi sotto la pelle, vi mise radici. Per questi fenomeni, dunque, nacquero nella pelle i capelli, che sono di una natura filiforme simile alla pelle, anche se più duri e più fitti per la condensazione prodotta dal freddo, poiché ciascun capello, raffreddandosi mentre si separava dalla pelle, si condensò. Il nostro artefice rese pelosa la nostra testa, servendosi delle cause di cui abbiamo detto, pensando cioè che, invece della carne, i capelli avrebbero costituito un leggero involucro per la sicurezza intorno al cervello, e avrebbero procurato sufficientemente ombra e riparo d’estate e d’inverno, e non sarebbero mai stati di ostacolo alla vivacità delle sensazioni.

E questo intreccio di nervi, di pelle, e di ossa che è intorno alle dita, mescolato di tre elementi, disseccandosi diventò un’unica pelle dura che partecipava di tutte e tre gli elementi, e benché fosse stato fabbricato da queste concause, fu realizzato dalla causa più importante in vista di ciò che sarebbe avvenuto. I nostri artefici sapevano infatti che dagli uomini si sarebbero generate le donne e gli altri animali, e sapevano bene che molti animali avrebbero avuto bisogno delle unghie per molti usi, ragion per cui furono sbozzate le unghie agli uomini appena nati. Per questa ragione, allora, e in tali circostanze, fecero nascere pelle, capelli, e unghie all’estremità delle membra.

Dopoché tutte le parti e le membra dell’essere mortale si generarono insieme, poiché esso doveva necessariamente vivere nel fuoco o nell’aria, e perciò rischiava di morire disciolto e consumato da essi, gli dèi gli procurarono un soccorso. Mescolando con altre forme e con altre specie sensibili una natura affine a quella umana, formarono una nuova specie di esseri viventi: si tratta cioè delle piante, degli alberi e dei semi che oggi vengono coltivati, e che, educati dall’agricoltura, divennero domestici per noi, mentre prima vi erano soltanto le specie selvatiche, più antiche di quelle coltivate. Tutto ciò che partecipa del vivere, si può a pieno titolo e giustamente definire essere vivente: e ciò di cui ora parliamo partecipa della terza specie dell’anima che, come si è detto, si colloca fra il diaframma e l’ombelico, e non prende affatto parte né dell’opinione, né del ragionamento, né dell’intelligenza, ma soltanto e a sensazione piacevole o dolorosa accompagnata dagli appetiti. Subisce di continuo tutte le impressioni, e non è stata generata in modo tale che, volgendosi in sé e su se stessa, e respingendo il movimento esteriore per usare il proprio, ragioni intorno ad alcune sue cose conoscendone la natura. Perciò vegeta, e non è diverso da un altro essere vivente, ed è saldamente piantato sulle sue radici, essendo privo della possibilità di muoversi da sé.

Avendo così quegli esseri superiori fatto nascere tutte queste specie per procurare nutrimento a noi, esseri inferiori, fecero scorrere lungo tutto il nostro corpo dei canali, scavandoli come nei giardini, perché esso venisse irrigato come dal corso di un fiume.

E in primo luogo scavarono due canali nascosti sotto la pelle, dove questa cresce insieme alla carne, e cioè le due vene dorsali, poiché due sono le parti del corpo, ossia quella destra e quella sinistra: e le distesero lungo la spina dorsale, comprendendovi in mezzo il midollo genitale, perché avesse assai vigore, e, irrorando bene le altre parti, dalla sua posizione come verso un declivio, procurasse un’irrigazione uniforme. Dopo di ciò, dividendo le vene intorno alla testa e intrecciandole fra loro in senso contrario, le fecero passare, piegandole, quelle che provenivano da destra verso la sinistra del corpo, e quelle che provenivano da sinistra verso la destra, in modo che potessero insieme alla pelle fungere da legame tra la testa e il corpo, dal momento che la testa non era cinta tutt’intorno dai nervi sulla sua sommità, e l’impressione sensibile, giungendo da entrambe le parti, fosse trasmessa in tutto il corpo. Perciò gli dèi prepararono l’irrigazione nel modo seguente, che capiremo più facilmente se prima ci saremo accordati su questo punto, e cioè che tutti i corpi composti di parti più piccole trattengono quelli composti dì parti più grandi, mentre quelli composti di parti più grandi non possono trattenere quelli formati da parti più piccole, e che il fuoco è fra tutte le specie quella che è formata da parti più piccole, per cui passa attraverso l’acqua, la terra, l’aria, e tutto ciò che è formato da questi elementi, e nulla può trattenerlo. Dunque bisogna pensare la stessa cosa per quanto riguarda il nostro ventre, e cioè che esso trattiene i cibi e le bevande che vi cadono dentro, ma non può trattenere l’aria e il fuoco poiché hanno parti più piccole della sua struttura. Servendosi di questi due elementi, il dio fece passare il liquido dal ventre alle vene: egli ordì un reticolato composto di aria e di fuoco, come fosse una nassa, che aveva nella sua apertura due colli interni, l’uno dei quali lo intrecciò ancora biforcato. Da questi colli distese come dei giunchi in giro per tutto il reticolato sino alle sue estremità. Fece di fuoco tutto l’interno della nassa, d’aria i colli e l’involucro, e dopo aver preso il reticolato, lo collocò nell’animale che aveva già plasmato in questo modo: nella bocca introdusse uno dei colli, e poiché esso era doppio, una parte fece discendere attraverso le arterie nel polmone, un’altra, sempre lungo le arterie, nel ventre. Divise in due l’altro collo, e fece passare l’una e l’altra parte per i canali del naso, in modo che comunicasse con il primo, sicché quando uno dei due canali non procedesse nella bocca, tutti i vasi potessero essero riempiti dal canale del naso, anche quelli che partono dalla bocca. Il rimanente involucro della nassa lo distese intorno a tutto il nostro corpo, per quanto esso è cavo: e fece in modo che ora tutta quella nassa confluisca mollemente nei colli, perché sono formati di aria, e ora i colli rifluiscano nella nassa, e il reticolato, attraverso i pori del nostro corpo entri in esso, e di nuovo esca fuori, e i raggi del fuoco interiore seguano il duplice moto dell’aria con cui sono intrecciati, e ciò non abbia fine finché l’essere vivente mortale mantiene la sua struttura. Diciamo allora che chi ha posto i nomi a questo genere di fenomeni li ha chiamati ispirazione ed espirazione. Tutto questo agire e patire fa sì che il nostro corpo, irrigato e raffreddato, si nutra e viva: quando il fuoco interiore segue e si combina insieme al movimento della respirazione che entra ed esce, e spandendosi sempre e penetrando nel ventre afferra il cibo e le bevande, allora li scioglie e sminuzzandoli in piccole parti li trasporta per quelle vie donde esce, e attingendoli come da una fonte li versa nelle vene, e fa scorrere i fiumi delle vene per tutto il corpo come se fosse un condotto.

Osserviamo ancora una volta il fenomeno della respirazione, e vediamo per quali cause esso è diventato così come è ora. Eccole: poiché non vi è alcun vuoto in cui possa entrare qualsiasi cosa che si muove, e poiché noi emettiamo fuori il fiato, è ormai chiaro a chiunque quello che segue, e cioè che questo fiato non va nel vuoto, ma caccia l’aria vicina dalla sua sede. E l’aria cacciata spinge sempre via quella vicina, e secondo questa necessità il tutto viene spinto in giro verso quella sede donde è uscito il fiato, ed entrandovi e riempiendola segue il fiato, e tutto ciò avviene simultaneamente, come una ruota che gira, poiché appunto il vuoto non esiste. Perciò il petto e il polmone, cacciando fuori il fiato, si riempiono dell’aria che vi è intorno al corpo la quale penetra per i pori della carne e si muove circolarmente: a sua volta quest’aria, volgendosi indietro e uscendo fuori attraverso il corpo, caccia dentro il respiro attraverso le aperture della bocca e le narici. E la causa del principio di tali fenomeni deve considerarsi la seguente.

Ogni essere vivente ha le parti interne vicino al sangue e alle vene che sono caldissime, come se vi fosse dentro di sé una fonte di fuoco: e questo è ciò che abbiamo paragonato al tessuto di una nassa, di cui la parte distesa in mezzo sia interamente composta di fuoco, mentre tutte le altre parti esterne di aria. A questo punto bisogna ammettere che il calore per sua natura procede al di fuori, verso la sua sede, presso ciò che gli è affine: ma poiché vi sono due uscite, l’una attraverso il corpo, l’altra attraverso la bocca e le narici, quando il calore si muove verso una delle due parti, respinge l’aria verso l’altra parte, e quest’aria che viene respinta, incontrando il fuoco si scalda, mentre quella che esce si raffredda. Mutando così di posto il calore, e diventando più calda l’aria vicino all’altra uscita, di nuovo l’aria più calda si volge piuttosto verso questa parte, muovendosi verso la sua propria natura, e respinge l’aria dall’altra parte. E quest’aria, ricevendo e imprimendo di continuo lo stesso movimento, forma un cerchio che si agita nell’una e nell’altra direzione ed è prodotto da entrambi i movimenti, vale a dire l’inspirazione e l’espirazione.

In base a questo principio si devono spiegare i fenomeni che riguardano le ventose mediche, la deglutizione, e la traiettoria dei corpi che vengono sollevati in aria o rotolano sulla terra, ed ancora i suoni che possono apparire rapidi o lenti, acuti o gravi, che ora sono discordanti perché non si accordano con il movimento che essi provocano in noi, ora in accordo perché vi è uniformità. Quando infatti i movimenti dei suoni mossi per primi e più rapidi stanno per cessare e farsi simili ai suoni più lenti, questi li raggiungono e giungendo dopo imprimono un altro nuovo movimento, e quando li raggiungono non li turbano, perché non imprimono un diverso movimento, ma l’inizio del movimento più lento viene ad assimilarsi a quello del più rapido che finisce, procurando un’unica impressione che deriva dal combinarsi del suono acuto con quello grave: perciò procura piacere agli stolti e letizia ai saggi, perché l’armonia divina viene rappresentata nei movimenti mortali. Si spiegano così lo scorrere delle acque, la caduta dei fulmini, e la meravigliosa forza d’attrazione dell’ambra e della calamita: in nessuno di tutti questi oggetti vi è la forza attraente, ma poiché il vuoto non c’è, questi corpi si respingono in giro l’uno con l’altro, e separandosi e congiungendosi, cambiano di posto, e vanno ciascuno nella propria sede. Dall’intrecciarsi di queste influenze reciproche si sono operati tutti quei prodigi, come sembrerà a chi sappia indagare bene.

E anche la respirazione, per tornare al punto da cui il discorso è cominciato, si generò in questi modi e per queste ragioni, come precedentemente si è detto: il fuoco fonde il cibo, e si innalza dentro il corpo seguendo il respiro, e innalzandosi dal ventre riempie le vene versandovi di lì il cibo decomposto. Per queste ragioni le correnti del nutrimento si diffondono in tal modo per tutto il corpo in tutti gli esseri viventi. Dunque, queste particelle formate da sostanze della stessa natura, tanto dai frutti quanto dall’erba, che il dio piantò per il nostro nutrimento, hanno i colori più diversi per la loro mescolanza, ma è soprattutto il rosso a predominare su quei colori, poiché la sua sostanza è stata realizzata mediante il taglio del fuoco e la sua impronta lasciata nel liquido. Perciò il liquido che scorre nel corpo è di quel colore che abbiamo descritto. E lo chiamiamo sangue, nutrimento delle carni e di tutto il corpo, il quale irrigando ciascuna parte riempie ciò che è rimasto vuoto. Dunque il sistema di riempimento e di evacuazione avviene per lo più come il movimento nell’universo, per cui ogni oggetto viene attratto verso ciò che gli è affine: infatti quegli elementi esterni che ci circondano consumano di continuo il nostro corpo e distribuiscono le particelle sottratte, rimandando ciascuna alla sua propria specie. Così le particelle di sangue, che sono presenti in minuscole frazioni dentro di noi e sono contenute in ciascun essere vivente, il quale è strutturato come se fosse un cielo, sono costrette ad imitare il moto dell’universo: dunque, le particelle che si presentano frazionate al nostro interno si muovono ciascuna verso la sostanza con cui sono affini, e allora riempiono di nuovo i vuoti. Quando ciò che se ne va è di più di ciò che affluisce, allora tutto l’essere vivente si consuma, mentre se è minore cresce. Ora, se la struttura di tutto l’essere vivente è giovane e i triangoli sono nuovi, come nave uscita di recente dal cantiere, essa mantiene i triangoli solidamente connessi fra loro, e la sua massa è teneramente condensata, poiché è nata di recente dal midollo e si nutre di latte: e quando essa accoglie in sé quei triangoli che si introducono dall’esterno e di cui si compongono il cibo e le bevande, poiché essi sono più antichi e più deboli dei suoi triangoli, essa li divide e li domina con i suoi triangoli nuovi, e rende grande l’essere vivente poiché lo nutre di molti elementi simili. Quando però i triangoli originari perdono il loro vigore a causa delle numerose lotte che per molto tempo hanno sostenuto contro molti triangoli, non sono più in grado di tagliare ed assimilare i triangoli che entrano con la nutrizione, ma, anzi, essi vengono separati con facilità da quelli che giungono dall’esterno: così tutto l’essere vivente si consuma, essendo sottomesso in questa lotta, e questa condizione si chiama vecchiaia. Alla fine, quando i legami che collegano insieme i triangoli del midollo, allentati per la fatica, non possono più resistere, allentano a loro volta i legami dell’anima, la quale, sciolta secondo natura, vola via con piacere: infatti tutto ciò che è contro natura è doloroso, mentre è piacevole ciò che è conforme alla natura. E allo stesso modo, la morte che sopraggiunge per malattie o per ferite è dolorosa e violenta, mentre quella che giunge con la vecchiaia alla fine naturale della vita, è fra tutte la morte meno dolorosa, e si accompagna al piacere più che al dolore.

Da dove nascono le malattie, è cosa evidente a chiunque.

Essendo quattro gli elementi di cui si compone il corpo – terra fuoco aria e acqua -, una loro innaturale abbondanza o scarsezza, un cambiamento dalla loro propria sede ad una altrui, l’acquisto da parte del fuoco e degli altri elementi di più di una specie per cui ciascuno è discorde con se stesso, e tutti gli altri casi del genere procurano turbamenti e malattie: se infatti gli elementi si generano contro natura e mutano di luogo, quelli che in un primo tempo erano freddi si riscaldano, quelli secchi diventano in seguito umidi, quelli leggeri pesanti e viceversa, subendo in ogni modo ogni sorta di mutamento. Pertanto, noi diciamo, soltanto se un elemento si aggiunge a quello che gli è identico, o se ne distacca nello stesso modo e misura, secondo una giusta proporzione, soltanto allora permetterà all’elemento identico a se stesso di rimanere sano e salvo: ma l’elemento che trasgredisce queste regole, uscendo ed entrando, provocherà alterazioni di ogni genere e infinite malattie e distruzioni.

Poiché in natura vi sono inoltre composizioni secondarie, chi voglia considerarle dovrà ammettere che esiste una seconda classe di malattie. Infatti, poiché il midollo, le ossa, la carne e i nervi si sono formati da quei primi elementi, e anche il sangue, benché in altro modo, si è generato da quelli, la maggior parte delle malattie avviene come si è detto prima, ma le più grandi diventano gravi in questo modo: quando la formazione di queste composizioni avviene contro natura, allora esse si corrompono.

Dunque secondo natura le carni e i nervi nascono dal sangue: i nervi dalle fibre per la loro affinità, la carne dal sangue coagulato, e cioè quando si coagula separandosi dalle fibre. Dai nervi e dalle carni si secerne inoltre una sostanza viscosa e grassa che incolla la carne con le ossa e nel contempo nutre e fa crescere l’osso che avvolge il midollo. La sostanza, poi, che filtra attraverso lo spessore delle ossa costituisce la specie più pura dei triangoli, e la più liscia e la più grassa, e scorrendo e stillando dalle ossa, irriga il midollo. Se ogni cosa avviene in questo modo, abbiamo per lo più la salute, in caso contrario le malattie.

Quando la carne putrefacendosi riversa nelle vene la putredine, allora il sangue, che insieme all’aria si trova in abbondante e varia quantità nelle vene, modificandosi per il colore e per il sapore amaro, e inoltre per le sue proprietà di acidità e dì salinità, contiene bile, siero, e muco di ogni specie: e tutti questi umori, diventati perversi e corrotti, guastano prima di tutto il sangue stesso, ed inoltre, non procurando più alcun nutrimento al corpo, vagano in ogni direzione per le vene, senza rispettare l’ordine dei circoli naturali, e da un lato sono avversi a se stessi perché non traggono per sé alcun vantaggio, mentre d’altro canto sono nemici nei confronti di quelle parti del corpo consistenti e che rimangono nella propria sede, perché le corrompono e le annientano. Dunque quando la parte più vecchia della carne si corrompe, diventando impossibile assimilarla, annerisce a causa della lunga infiammazione, e corrosa dappertutto, diviene amara e arreca danno a tutte quelle parti del corpo che non si sono ancora corrotte. Ora questo colore nero, invece dell’amarezza assume un sapore acido, quando la parte di amaro diminuisce; ora invece la parte amara, tingendosi di sangue, prende un colore ancor più rosso, e se il nero si mescola con questo, diventa verde: e, ancora, il colore giallo si mescola con l’amaro, quando la carne sana si fonde nel fuoco dell’infiammazione. E a tutti questi umori fu dato il nome comune di bile, o da qualche medico, oppure da qualcuno che era non solo in grado di osservare molte cose e dissimili, ma anche capace di scorgere in esse un unico genere che consenta di dare a tutte un solo nome. Quanto agli altri umori, che sono specie diverse di bile, hanno ciascuno un proprio nome a seconda del colore. Il siero, se comprende la parte acquosa del sangue, è dolce, mentre se è formato dalla bile nera e acida, è aspro, quando per il calore si mescola con il salato, e allora si chiama catarro acido. Quando invece la carne, da fresca e tenera che era, si corrompe a causa dell’aria, ed è gonfiata dal vento e circondata dall’umidità, e in questo stato si formano delle bolle, che per la loro piccolezza sono invisibili se prese singolarmente, mentre tutte quante insieme formano una massa visibile e hanno colore bianco per la schiuma cui danno origine, chiamiamo tutta questa carne tenera che si è guastata e si è unita all’aria catarro bianco. Il siero di questo catarro formato di recente sono il sudore, le lacrime, e tutti gli altri umori che ogni giorno il corpo secerne punficandosi: tutti questi umori possono diventare strumento di malattia, quando il sangue non sia accresciuto dai cibi e dalle bevande secondo natura, ma accresca la sua massa, contro le leggi di natura, con sostanze contrarie.

Quando le singole parti di carne si separano dalle malattie, ma rimangono le radici, la forza della malattia è solo dimezzata dal momento che può facilmente recuperare terreno. Ma quando si ammala l’umore che lega la carne alle ossa, e, separandosi insieme dalle fibre e dai nervi, non è più di nutrimento all’osso, e non lega più la carne all’osso, ma da grasso, liscio, viscoso, diventa aspro e salato, diseccandosi per una cattiva dieta, allora tutto questo liquido, che subisce queste alterazioni, si consuma sotto le carni e i nervi, separandosì dalle ossa: e le carni staccandosi dalle radici lasciano i nervi nudi e pieni di salsedine, e ricadendo esse a loro volta nella corrente del sangue, rendono più numerose le malattie di cui si è precedentemente parlato.

Benché questi mali del corpo siano gravi, ancora di più lo sono quelli che li precedono, quando l’osso, non ricevendo aria a sufficienza per la densità della carne, riscaldato dalla carie e incancrenitosi, non assume nutrimento, ma sgretolandosi si riversa invece in esso, e il nutrimento ricadendo nella carne, e la carne nel sangue, rendono tutte le malattie più gravi di quelle precedenti. Ma il male più grave di tutti si verifica quando la sostanza del midollo si ammala per difetto o per eccesso: avvengono così le malattie più gravi e potenzialmente mortali, e allora tutta la natura del corpo procede di necessità a ritroso.

Vi è una terza specie di malattie che bisogna considerare generata in tre modi diversi: dal fiato, dal catarro, e dalla bile.

Quando il polmone, che dispensa l’aria al corpo, non presenta passaggi liberi ed è ostruito da umori, allora l’aria, che in alcuni punti non procede, mentre in altri penetra più di quel che dovrebbe, fa imputridire quei punti che non sono rinfrescati, mentre entra con violenza in certe vene, e le contorce insieme, e dissolvendo il corpo, rimane prigioniera nel mezzo di esso, comprimendo il diaframma: da questi fenomeni derivano un’infinità di dolorose malattie, accompagnate da frequenti e abbondanti sudori. Spesso, quando nel corpo la carne si divide in parti, vi si forma dell’aria che, non potendo uscire, procura le stesse sofferenze dell’aria che proviene dall’esterno: ma grandissimi sono questi dolori, quando l’aria, trovandosi intorno ai nervi e alle vene vicine, e gonfiando i tendini e i rispettivi nervi, li distende all’indietro. Le malattie che derivano da questo stato di tensione vengono chiamate tetano e opistotono. Per queste malattie è anche difficile escogitare un rimedio: nella maggior parte dei casi è il sopraggiungere delle febbri che fa cessare tali malattie. Anche il catarro bianco è pericoloso se l’aria delle sue bolle è rinchiusa: essa è più mite se riesce a traspirare fuori del corpo, benché ricopra il corpo di lebbra, di macchie bianche, e procuri altri disturbi simili a questi.

Se il catarro si mescola con la bile nera e si diffonde nei circoli della testa che sono i più divini, li sconvolge: ed è più mite se si manifesta di notte, mentre ci si libera più difficilmente se ci assale da svegli. Ma assai giustamente è stata detta sacra questa malattia, perché sacra è la sua natura. Il catarro acido e salato è fonte di tutte le malattie catarrali, e in base alle diverse parti del corpo in cui esso scorre assume i nomi più diversi. Quanto a quelle infiammazioni del corpo, che prendono il nome dal loro ardere e bruciare, sono tutte determinate dalla bile. Se dunque la bile traspira all’esterno, scaldandosi produce tumori di ogni sorta, ma se resta chiusa all’interno procura molte malattie infiammatorie, e la più grave si verifica quando, mescolandosi al sangue puro, turba la struttura delle fibre, le quali furono disseminate per il sangue, perché esso avesse una giusta proporzione di fluidità e di densità, e non diventasse liquido per il calore scolando dai pori del corpo, ma neppure fosse troppo denso da muoversi a fatica, e da circolare a stento nelle vene. Dunque le fibre conservano in virtù dell’origine della loro natura questa giusta proporzione: e se qualcuno, anche quando il sangue è morto e congelato, raccoglie insieme queste fibre, tutto il sangue che rimane si liquefà, se invece vengono lasciate, immediatamente lo coagulano insieme al freddo esterno. Tale è in sostanza il potere delle fibre sul sangue.

E la bile, che per natura è sangue vecchio, e da carne si scioglie di nuovo in sangue, se in principio, calda e umida, vi si combina gradualmente, sì coagula grazie al potere delle fibre, e coagulandosi e spegnendosi violentemente, procura dentro di noi freddo e tremore. E se scorre più abbondante, dominando con il proprio calore le fibre, riscaldandosi le mette in scompiglio, e se è capace di dominarle completamente, penetrando fino al midollo e bruciandolo, vi scioglie i legami dell’anima, come fossero gomene di una nave, e la lascia andare libera. Quando invece la bile scorre in minor quantità e il corpo resiste alla dissoluzione, essendo in questo caso dominata, o si diffonde per tutto il corpo, o cacciata attraverso le vene nel basso e nell’alto ventre, come fuggiasco da una città in rivolta, fugge via dal corpo, procurando diarree, dissenterie, e tutti gli altri mali di questo genere. E se il corpo è malato soprattutto per eccesso di fuoco, produce infiammazioni e febbri continue; se per eccesso d’aria, febbri quotidiane; se per eccesso d’acqua, terzane, a causa della maggior lentezza dell’acqua rispetto all’aria e al fuoco: se per eccesso di terra, che occupa il quarto posto per essere il più lento fra questi elementi e perciò si purifica periodicamente ogni quattro gìorni, il corpo dà luogo a febbri quartane dalle quali ci si libera con difficoltà.

E se questa è l’origine delle malattie del corpo, le malattie dell’anima, che riguardano la disposizione del corpo, avvengono nel modo che segue. Dobbiamo ammettere che la malattia dell’anima consiste nella stoltezza, e che vi sono due specie di stoltezza, e cioè la pazzia e l’ignoranza. E quando si prova una qualsiasi di queste due condizioni, bisogna dire che essa è una malattia, e inoltre dobbiamo considerare i piaceri e i dolori eccessivi come le malattie più gravi per l’anima: quel tale infatti che sia pieno di gioia, o al contrario soffra per un dolore, cercando in ogni modo di afferrare intempestivamente una tal cosa e di evitarne un’altra, nulla può vedere o udire bene, ma diventa furente, e in quel caso diviene assolutamente incapace di ragionare. Se dunque a qualcuno si genera nel midollo sperma copioso e abbondante, e viene così ad assomigliare ad un albero troppo carico di frutti, provando volta a volta molte sofferenze e molti dolori nei suoi desideri e in ciò che da quelli scaturisce, trascorre la maggior parte della vita come pazzo a causa di questi piaceri e dolori intensissimi, e poiché la sua anima è resa malata e stolta dal corpo, non lo si considera come un malato, ma alla stregua di uno che è volontariamente malvagio. In realtà l’intemperanza nei piaceri erotici, prodotta nella maggioranza dei casi dalla proprietà di una sostanza che scorre nel corpo attraverso i pori delle ossa e lo inumidisce, diventa una malattia dell’anima. E ogni intemperanza nei piaceri, che rappresenta un’occasione di critica, come se gli uomini fossero volontariamente malvagi, non costituisce però una critica giusta: nessuno, infatti, è spontaneamente malvagio, ma il malvagio diviene malvagio per una cattiva disposizione del corpo, per un’educazione senza princìpi, e, anzi, queste cose sono odiose a chiunque e capitano contro la propria volontà. E, ancora, per quanto riguarda i dolori, l’anima subisce allo stesso modo molteplici malvagità a causa del corpo. Quando infatti gli umori del catarro acido o salato, e gli altri umori amari e biliosi, vagando per il corpo, non possono traspirare all’esterno, ma rinchiusi all’interno combinano e mescolano insieme le loro esalazioni con i movimenti dell’anima, causano in essa malattie di ogni genere più e meno intense, più e meno frequenti, le quali, dopo che sono state trasportate nelle tre sedi dell’anima, a seconda di quella sede con cui vengono a contatto, producono le varie specie di scontentezza e di afflizione, di audacia e di viltà, e ancora di oblio e di difficoltà di imparare. Quando, inoltre, uomini così mal formati stabiliscono malvagie istituzioni civili e nelle città si fanno discorsi malvagi sia in privato che in pubblico, e, quando, ancora, non vengono affatto forniti fin dalla più giovane età degli insegnamenti che rimedino a questi mali, allora noi tutti, che siamo cattivi, diventiamo tali per quelle due ragioni, anche se non lo vogliamo assolutamente: e di ciò devono sempre essere considerati responsabili i genitori più dei figli, e gli educatori più degli educati, e per quanto si può, bisogna sforzarsi di evitare la malvagità mediante l’educazione, i costumi, e gli insegnamenti, cercando di conseguire il contrario. Ma queste cose riguardano un altro genere di discorsi.

Ora dunque, per converso con quello che abbiamo detto, è opportuno e conveniente che si espongano come si possono curare il corpo e la mente: infatti è più giusto ragionare dei beni piuttosto che dei mali. Tutto ciò che è buono è bello, e la bellezza non è priva di simmetria: dunque anche l’essere vivente, per essere tale, dev’essere simmetrico. E fra le simmetrie noi teniamo in conto e consideriamo quelle piccole, mentre non riflettiamo affatto intorno a quelle più importanti e più grandi. Certamente, riguardo alla salute e alle mlattie, alle virtù e ai vizi, nessuna simmetria o dissimetria è maggiore di quella della stessa anima rispetto al corpo stesso: ma noi a tali cose non prestiamo attenzione e non consideriamo che se un corpo troppo debole e piccolo contiene un’anima forte e sotto ogni aspetto grande, o anche se questi due elementi sono uniti insieme in modo inverso, l’intero essere vivente non può essere bello, perché è privo delle più importanti simmetrie, mentre, nel caso opposto, per chi ha la possibilità di vedere, esso è il più bello e il più amabile fra gli spettacoli. Come un corpo che ha gambe troppo lunghe o presenta qualche altro eccesso tale da essere sproporzionato con se stesso, non solo è brutto, ma, poiché nel complesso delle fatiche che deve sostenere sopporta molti travagli, molti stiramenti, e cadute a causa dei barcollamenti, procura a se stesso infiniti mali, la stessa cosa dobbiamo pensare di quel complesso formato dai due elementi – anima e corpo – che chiamiamo essere vivente.

Quando infatti in esso l’anima, che è più forte del corpo, è irritata, scuotendolo tutto dal di dentro lo riempie di malattie; e quando è tutta tesa ad apprendere certe discipline o a fare certe ricerche, lo consuma; e quando spende interamente le sue energie nell’insegnamento o a gareggiare nei discorsi in pubblico e in privato, a causa delle rivalità e delle inimicizie che ne derivano, infiammandolo lo agita; e incrementando i suoi flussi inganna la maggior parte dei cosidetti medici, e fa in modo che attribuiscano le ragioni di questi mali a cause fittizie. D’altra parte, quando un corpo grande e superiore all’anima viene ad unirsi ad un piccolo e debole intelletto, poiché negli uomini, per natura, vi sono due impulsi, che sono quello del nutrimento per il corpo, e quello della sapienza per la nostra parte più divina, i movimenti del più forte dominano e rafforzano il loro ambito, rendendo l’anima stupida, lenta ad apprendere e a ricordare, e causando la malattia più grave di tutte, ovvero l’ignoranza. Dunque vi è un’unica via di uscita di fronte a questi due mali: non esercitare né l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, in modo che, difendendosi l’un l’altro, siano in equilibrio e in salute. Chi dunque si applica alla scienza o a qualche altra impegnativa attività intellettuale deve dedicarsi anche ai movimenti del corpo, praticando la ginnastica, viceversa chi dedica le proprie attenzioni a modellare il corpo deve anche preoccuparsi di esercitare l’anima, coltivando la musica e tutta la filosofia, se vuole che giustamente e a buon diritto lo si chiami bello e buono ad un tempo. In questo stesso modo bisogna curarsi delle parti del corpo, imitando la forma dell’universo. Il corpo, infatti, poiché al suo interno è riscaldato e raffreddato da ciò che vi penetra dentro, e ancora è disseccato e reso umido da ciò che è all’esterno, subendo da entrambi i movimenti le impressioni che a questi si accompagnano, viene vinto e annientato se, lasciato in riposo, lo si abbandona a questi movimenti. Ma se qualcuno imita quella che abbiamo chiamato nutrice e balia dell’universo, e non lascia che il corpo sia mai a riposo, ma lo muove e, generando continuamente in esso qualche scossa, lo difende, secondo natura, dai movimenti interni e da quelli esterni, e, scuotendolo moderatamente, dispone in ordine fra loro le impressioni che vagano per il corpo e le singole parti secondo la loro affinità, come precedentemente si è detto parlando dell’universo, non lascerà allora che l’elemento nemico stando presso il nemico provochi guerre e malattie al corpo, ma farà in modo che l’elemento amico, stando presso l’amico, procuri la salute. Quindi di tutti i movimenti quello che nasce in sé ed è mosso da se stesso è il migliore – per la sua particolare affinità con il movimento dell’intelligenza e con quello dell’universo -, mentre quello che è causato da altri è peggiore: pessimo infine quello che ad opera di altri muove il corpo solo in qualche parte, mentre esso giace e riposa. Dunque di tutte le purificazioni e ricomposizioni del corpo, quella migliore si ottiene mediante la ginnastica, la seconda mediante i dondolii che si verificano sulle navi e sui mezzi di trasporto che non comportano fatica. La terza specie di movimento è utile per chi vi sia assolutamente costretto, altrimenti non dev’essere affatto accettata da chi abbia un po’ di intelligenza: si tratta della cura mediante la purificazione farmaceutica.

Infatti non bisogna irritare con le medicine quelle malattie che non presentano rischi gravi. La formazione di ogni malattia assomiglia in un certo senso alla natura degli esseri viventi.

Infatti la costituzione degli esseri viventi porta con sé tempi di vita prefissati per l’intera specie, e ogni essere vivente nasce con la vita segnata dal proprio destino, salvo eventi improvvisi determinati dalla necessità: perciò subito sin dall’inizio si formano in ciascun individuo dei triangoli che hanno la proprietà di durare fino ad un certo periodo di tempo, oltre il quale nessuno potrebbe più vivere. Lo stesso ragionamento vale per la formazione delle malattie: se, contro il tempo segnato dal destino, si cerca di contrastarle con le medicine, solitamente diventano gravi da lievi che erano, e da poche diventano molte. Perciò si deve regolarle tutte con la dieta, se si ha tempo per farlo, e non bisogna invece irritare con le medicine un male fastidioso.

Sull’intero essere vivente e sulla sua parte corporea si è detto abbastanza, vale a dire in che modo, guidandola e guidandosi da sé, si possa vivere seguendo il più possibile la ragione: ma soprattutto e prima di ogni altra cosa dobbiamo fare in modo che, per quanto ci è possibile, quella parte destinata a questa funzione di guida sia la più bella e la migliore per questa guida. In effetti, una trattazione approfondita di questa parte sarebbe da sola sufficiente per un’intera opera: e se qualcuno se ne volesse occupare incidentalmente, seguendo i princìpi che abbiamo stabilito prima, potrebbe trattarla in modo conveniente facendo delle considerazioni di questo genere. Secondo quello che più volte abbiamo detto, le tre specie dell’anima furono collocate in tre sedi diverse, e ciascuna ebbe in sorte il proprio movimento. Così anche adesso, allo stesso modo, dobbiamo dire il più brevemente possibile che quella di esse che rimane inerte e lascia a riposo i suoi movimenti è necessariamente la più debole, mentre quella che si esercita diviene fortissima: perciò bisogna osservare che tutti e tre i movimenti siano proporzionati l’uno rispetto all’altro. Per quanto riguarda quella specie più importante della nostra anima, dobbiamo pensare che il dio l’ha donata a ciascuno di noi come uno spirito tutelare, la quale, come diciamo, abita sulla sommità del nostro corpo, e ci solleva da terra verso la nostra affinità celeste, come piante celesti, e non terrene: e queste nostre affermazioni sono giustissime. Infatti in quella parte più alta da cui l’anima ebbe la sua prima origine, la divinità sospese la testa e la nostra radice, in modo che tutto il corpo stesse eretto. Per chi dunque si occupi di passioni e di contese e in esse si affligga, inevitabilmente tutte le sue opinioni saranno mortali, e neanche il più piccolo particolare trascurerà per diventare il più possibile mortale, incrementando appunto tale parte: chi invece si è occupato dello studio della scienza e delle riflessioni sulla verità ed ha esercitato soprattutto questa parte di se stesso a riflettere sulle cose immortali e divine, se viene a contatto con la verità, è assolutamente necessario che, per quanto sia ammesso dalla natura umana, prenda parte dell’immortalità, senza trascurarne neppure una parte, e, come colui che venera una divinità e mantiene in ordine il divino che abita in sé, sia particolarmente felice. Dunque la cura adeguata a tutte le parti è per tutti una sola, e cioè dare a ciascuna parte nutrimento e movimenti che di più le si adattano. E i movimenti che sono affini alla divinità che è in noi sono i pensieri e le rivoluzioni dell’universo: bisogna pertanto che ciascuno segua questi movimenti, correggendo, quando si guastano, le rivoluzioni del divenire che vi sono nella nostra testa mediante l’apprendimento delle armonie e delle rivoluzioni dell’universo, e renda simile, secondo la sua antica natura, il contemplante al contemplato, e dopo averlo reso simile, giunga al culmine di quell’ottima vita che gli dèi proposero agli uomini per il presente e per il tempo futuro.

Sembra che sia quasi terminata la discussione che in principio ci era stata assegnata intorno all’universo sino alla comparsa dell’uomo. Per quanto riguarda gli altri esseri viventi, dobbiamo ricordare brevemente come essi si generarono, cosa sulla quale non è necessario dilungarsi: così si potrà credere di aver discusso intorno a questi argomenti secondo la giusta proporzione. Ed ecco quello che dobbiamo ancora dire. Tutti quelli che sono nati uomini, ma sono stati vili e hanno trascorso la loro vita nell’ingiustizia, secondo una ragione verosimile si mutarono in donne quando nacquero per la seconda volta: e in quel tempo e per queste ragioni gli dèi crearono l’amore carnale, formando un essere animato nell’uomo e nella donna e facendo l’uno e l’altro in questo modo. Gli dèi forarono il canale della bevanda, in quel punto in cui essa, dopo aver attraversato il polmone, entra al di sotto dei reni, nella vescica, per essere mandata fuori sotto la spinta dell’aria; lo forarono in modo che fosse in contatto con il midollo, il quale discende dalla testa lungo il collo e la spina dorsale, e che prima abbiamo chiamato sperma. Questo midollo, poiché è animato e respira, dà luogo ad un desiderio vitale di uscir fuori proprio da quella parte donde respira, realizzando così l’amore della generazione. Perciò l’organo genitale maschile, che la natura generò indomito e imperioso, come animale sordo ad ogni ragione, tenta di dominare tutto a causa dei suoi furibondi appetiti: e a sua volta per le stesse ragioni, nelle donne, quegli organi che sono chiamati utero e vulva, sono come un essere vivente dominato dal desiderio di generare figli il quale, se rimane sterile per molto tempo durante la stagione della fertilità, si irrita mal sopportando tale condizione, e vagando dappertutto per il corpo, ostruendo le uscite all’aria e non lasciando respirare, getta il corpo nei più gravi disagi e procura altre malattie di ogni genere. E questo avviene finché il desiderio e l’amore dell’uno e dell’altro sesso non li faccia accoppiare insieme, come se cogliessero frutti dagli alberi: allora nella matrice, come in un campo arato, seminano esseri viventi invisibili per la loro piccolezza ed informi, e separandoli di nuovo li fanno crescere nel proprio seno, e dopo di ciò, dandoli alla luce, portano a compimento la generazione dei viventi. Così dunque nacquero le donne e tutto il sesso femminile. La stirpe degli uccelli, che possiede penne anziché peli, è derivata dalla trasformazione di quegli uomini che, non certo malvagi ma un po’ sciocchi, si ritengono esperti delle cose celesti e pensano, a causa della faciloneria che li contraddistingue, che la sola vista sia sufficiente a dimostrare nel modo pìu sicuro quelle cose. Gli animali pedestri e selvaggi sono derivati da quegli uomini che non coltivano affatto la filosofia, e non osservano per nulla la natura celeste, perché non si servono affatto dei circoli che sono nella testa, ma si lasciano guidare dalle parti dell’anima che sono nel petto. E per queste abitudini curvarono a terra le membra anteriori e la testa, attratti dall’affinità con la terra, ed ebbero teste allungate e dalle forme più varie, a seconda di come le rivoluzioni dell’anima di ciascuno erano state compresse dall’inerzia. Perciò quella specie di animali fu generata con quattro o più di quattro piedi, in quanto il dio collocò più sostegni a coloro che erano più irragionevoli, perché fossero attirati maggiormente a terra. E quelli che fra costoro sono più irragionevoli ancora e distendono tutto il corpo a terra, poiché non hanno alcun bisogno dei piedi, furono generati senza piedi e striscianti sulla terra. La quarta specie, quella acquatica, si generò dagli esseri più stolti e più ignoranti di tutti: e gli dèi, che operano trasformazioni, non ritennero questi animali degni di una respirazione pura, poiché la loro anima era impura a causa di ogni sorta di errore, e così in luogo della leggera e sottile respirazione dell’aria, li cacciarono nella torbida e pesante respirazione dell’acqua. Di qui prese origine la stirpe dei pesci, delle ostriche, e di tutti quanti gli animali che vivono nell’acqua, ed ebbero in sorte le dimore più profonde come pena per la loro profonda ignoranza. E per tutte queste ragioni, allora come adesso, gli esseri viventi sì trasformano fra loro da una specie all’altra, a seconda della perdita o dell’acquisto della mente o della stoltezza.

E così ora possiamo affermare di aver portato a termine il nostro discorso sull’universo: perché, comprendendo in sé gli esseri mortali e immortali, ed essendone pieno, questo mondo, essere visibile che contiene in sé le cose visibili, dio sensibile fatto a immagine dell’intellegibile, massimo e ottimo, e bellissimo e perfettissimo, così è stato generato, questo cielo uno e unigenito.

2 commenti

  1. La forza del dialogo permette di seguire meglio ragionamenti complessi.
    Platone non poteva usare uno stile di comunicazione migliore.
    La lettura coinvolge e proficue sono le considerazioni che ne derivano,
    in riferimento ai vari punti trattati .
    Quando poi si addiviene che l’universo sensibile è “la più bella delle cose” non si intende che tutto è perfetto, ma che la bellezza deriva dalla bontà del demiurgo che lo ha creato il più possibile simile al modello.
    Non è puerile concludere che quello che oggi siamo trova la sua ragione d’essere in radici antiche come queste.

  2. Cosa cè più attuale di Socrate


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